| © Enrico
Brizzi 2003 per GQ.
BUDAPEST
C’è la Budapest delle visite guidate,
dei tour in battello lungo il Danubio e delle passeggiate lungo
il perimetro della cittadella, c’è la Budapest degli
uomini senza donne, dei massaggi, dei topless bar, e sotto la pellicola
di una meta turistica in costante ascesa c’è un’altra
città, una rete di locali e concerti e festival che, da dieci
anni a questa parte, sta conoscendo una costante fioritura. Di questo,
naturalmente, i più giovani cittadini della capitale ungherese
– condotti da Viva e Mtv al confronto impossibile con Londra
e Berlino – si rendono conto fino a un certo punto, ma per
gli uomini che sono cresciuti negli anni del Partito unico la rinascita
della città si può misurare anche dalle decine di
nuovi bar aperti nel cuore del sesto distretto. Bellezze bionde
dagli alti zigomi, gli occhi celesti tagliati a mandorla, bevono
cappuccino nonostante il giro del sole sia ormai concluso, e i giovani
artisti nipoti di Attila sfoggiano impeccabili chiome à la
Oasis e combinazioni di seconda mano che li farebbero trionfare
persino tra le sceltissime brigate alternative che incrociano lungo
i marciapiedi dell’High Road di Camden Town.
L’atmosfera è quella primaverile e frizzante dei giorni
in cui l’Ungheria, all’indomani di un referendum epocale
sull’ingresso nell’Europa della bandiera blustellata,
segue con tutti i televisori a disposizione le interminabili dirette
da Atene della cerimonia ufficiale. Assediata da una provincia conservatrice
e anti-europeista, la città di Budapest si è pronunciata
in modo netto al referendum, e adesso festeggia in anticipo il funerale
delle tendenze isolazioniste e del vecchio Fiorino. A quanto sostengono
in molti, è il passo più importante dalla caduta del
regime comunista.
“Negli anni Settanta e Ottanta era molto difficile, per i
ragazzi, riunirsi in un luogo pubblico che non avesse a che fare,
in modo più o meno diretto, con le istituzioni dello Stato”,
mi racconta nel suo ottimo italiano Imre Barna, redattore capo di
Europa Konyvkiadò, una delle più importanti case editrici
ungheresi. “Era impossibile prenotare un tavolo al ristorante
per più di cinque persone, e dopo le nove di sera, semplicemente
smettevano di servirti. Così gli studenti e gli intellettuali
non in linea con le rigide disposizioni ideologiche dell’epoca
non potevano fare altro che trovarsi in case private. Ottenere il
visto per andare all’estero era molto complicato. Ho avuto
la fortuna di corrispondere fin da bambino con un coetaneo tedesco,
e solo sulla base di questa lunga corrispondenza mi concedettero
il permesso di andare a trovarlo. Così, mentre la maggior
parte dei miei amici non era mai uscita dal Paese, ho iniziato a
sviluppare abbastanza presto un’attitudine che mi portava
a non sentirmi mai del tutto a casa, né a Budapest né
altrove. Mi sono sempre ritrovato a guardare ogni luogo come dal
di fuori”, dice Imre, “ed è stata una fortuna,
perché tanti si sono trovati impreparati al cambiamento che
nel 1990, con il ritorno delle istituzioni democratiche, ha toccato
l’Ungheria”.
Miklos Sulyok era un esponente di spicco della scena alternativa
costretta a riunirsi nelle case private all’epoca in cui Imre
studiava all’università. “Miklos era un matematico,
ma soprattutto una persona di grandissimo spirito e un fenomeno
ai fornelli”. Dopo la caduta del regime Miklos ha abbandonato
la professione di matematico per rilevare un minuscolo ristorante.
Oggi Miklos è un uomo corpulento di forse cinquantacinque
anni, dalla testa rasata e lo sguardo miope, che ti riceve indossando
un camice bianco sulla soglia di questo locale segnalato da una
candida insegna che riporta unicamente l’iniziale M.
Il locale, questa volta è davvero il caso di dirlo, è
un gran bel localino, non più ampio della cameretta d’un
bimbo e interamente arredato con carta da pacchi. Da qualche parte,
suona al minimo un Aznavour d’annata, e incollati ai muri
vedi solo questi fogli bruni e opachi. Di carta sono le tendine
che rigide pendono a schermare le finestre. I quadri alle pareti
sono fogli a quadretti dipinti a mano, e la cornice è stata
tracciata a pennarello nero. C’è anche un pappagallo,
dipinto nella sua gabbietta, e al centro del soffitto, illusorie
come il fuoco che Geppetto aveva dipinto sulla parete, la mano del
misterioso interior designer ha tracciato il profilo di quattro
pale di ventilatore.
Oltre un risicato bancone presidiato da due cameriere che, nella
sconcertante esiguità del luogo, non potrebbero essere più
slanciate e cordiali, la vista spazia sull’allegra coppia
di cuochi. Si danno da fare con le padelle e ridono, in modo talora
sommesso, sconfinante altre volte nella psichedelia più genuina,
e dopo i primi freschi sorsi di birra solo la incomprensibile matrice
magiara delle battute che si scambiano ti impedisce di unirti appieno
alla contagiosa allegria che pervade la cucina. L’impressione,
trascegliendo dal bruno foglio del menù – essenziale
ma capace di osare – è quella di sedere dentro il sogno
di un uomo, un sogno che solo i cambiamenti della storia hanno reso
possibile, e quell’uomo, l’ex matematico, torreggiando
accosto al tavolo con il camice aperto sul torace ormai possente,
volentieri lisciandosi il volto ispido ti guida nella scelta fra
un piatto a base di anatra arrosto e le ghiandole di vitello in
crema servite sul riso.
Mi assicurano che attori underground, come i protagonisti del recente
Hukkle, ‘singhiozzo’, un film senza dialoghi che sta
riscuotendo premi ovunque, frequentano questo locale. Devono farlo
pochi alla volta, immagino, nella grande messe di talenti che si
affacciano, sotto l’egida delle diverse muse, sul panorama
internazionale.
Si parla molto bene del trentenne scrittore transilvano Dragoman
Gyorgy, stimato autore di racconti giunto di recente alla pubblicazione
di un fortunato romanzo d’esordio (il titolo in italiano suona
letteralmente come ‘Il libro della distruzione’) e sposato
con una poetessa che, sotto l’identità fittizia di
un vecchio ormai al termine delle fortune amorose, pubblica ardite
poesie erotiche. Le riviste letterarie, fra le quali Holmi e Jelenkor,
tengono viva la tradizione dei caffè letterari in una città
che da secoli si sente chiamata a un compito importante come quello
di difendere e irradiare la propria idea di eleganza.
Anche fuori dal lillipuziano locale di Miklos e lontano dalla sua
ottima cucina, nel quartiere del Parlamento e nel cuore più
popolare di Pest l’aria che si respira è quella di
una laboriosa attesa, e fa una certa impressione la varietà
(in questo, già ampiamente europea e standard) di negozi
e ristoranti che affacciano lungo la tradizionale passeggiata commerciale
di Vaci utca, là dove negli anni Ottanta solitario regnava,
fra grigi palazzi ancora sfregiati dalle raffiche di kalashnikov
sparate di casa in casa nel ’56, il negozio dell’Adidas,
unico emblema di un’altra Europa possibile e per ciò
stesso assediato senza sosta da una coda di giovani guardati a vista
dalla polizia.
Particolarmente ampia in città è l’offerta di
musica dal vivo, classica e jazz sopra ogni altra cosa, e in un
pub chiamato Alcatraz, fra ritratti di Al Capone e camerieri in
divisa da galeotti, mi è capitato di ascoltare del sincero
blues rock suonato da un quintetto capitanato da un certo Bruce
Levis, piccoletto muscolare e baffuto specializzato nelle espressioni
d’estasi alla B. B. King. Altra importante pedana cittadina
è quella del Fat Mo’s, locale ispirato agli speakeasy
americani del periodo del proibizionismo.
Oggi ribalte interessanti si aprono anche per la musica di base,
grazie a rassegne ampie e articolate come quelle del Bukta Festival,
e per gli irriducibili dell’elettronica ci sono le serate
di Minimal Heroes e i party jungle old school organizzati dal gruppo
Tab. Ampia scelta di flyers e informazioni al negozio di dischi
Afrofilia, in un cortile interno della centralissima strada dei
Musei, giusto di fianco a Retrock, indirizzo di riferimento per
gli amanti dell’abbigliamento vintage.
Sui palchi d’assi e nella laboriosa penombra di bar come l’Eklektika
Cafè, in Semelweiss utca, a pochi passi dalle cupole dorate
della sinagoga e mille miglia lontano dalla Budapest a luci rosse
da 150 dollari al giorno per le debuttanti, dei table-dancing e
delle sirene dei servizi escort per uomini soli segnalati fin nella
mappa che il tassista vi porgerà accogliendovi all’aeroporto,
batte orgoglioso e incuriosito di confrontarsi alla pari con il
resto d’Europa il cuore della nuova Budapest artistica e intellettuale.
© Enrico Brizzi 2003 per GQ: Serie
Il Giro del Mondo in Dodici Tappe: Numero Due: Budapest.
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