© Enrico Brizzi 2003 per GQ.

SOUND AND VISION IN AMSTERDAM

Psichedelico agg. Quanto aiuta a stimolare e disinibire la psiche, a evadere dalla realtà anche a costo di conseguenze negative; detto specialmente degli allucinogeni. ( dall’inglese psychedelic ‘rivelatore della psiche’, composto del greco psyché e di un secondo elemento probabilmente connesso al verbo delòo, mostrare).

Accade che ti ritrovi sull’orlo del matrimonio, troppo impegnato a mettere insieme scarpe e abito e cravatta per provare qualcosa di simile al terrore che pure, a sentire barbieri e commercianti della zona, senza tregua dovrebbe affliggerti.
Accade che gli amici pretoriani dell’old school, tutti psicoatleti di provata fede e resistenza -praticamente la crema di via Saragozza- decidano di accompagnarti nell’ultimo viaggio da scapolo, e accade che la meta prescelta sia la città maggiore dei Paesi Bassi, solcata da canali concentrici e semicircolari che danno alla sua pianta l’aspetto di un enorme ventaglio aperto e formano un centinaio di isolette collegate fra loro da più di cinquecento ponti.
E’ una città che conoscete per esserci stati in pellegrinaggio a diciassette e venti e venticinque anni, e sono lontani i tempi in cui, sbarbi con zaino in interrail, bastò il tentativo d’un tossico armato di siringa per farvi fuggire a gambe levate in direzione del pacifico Belgio.
Siete in sette, tutti fra i venticinque e i trent’anni, e dal momento che missioni del genere non sono prive di rischio, é deciso che i vostri nomi di battaglia saranno Brichmond, Victor, Advocaat, Speedball, Piccolo Aiutante di Artois, Tandoori e War.
Poi c’è il buon Fagiolo, che è sì psicoatleta, ma solo per quanto riguarda la birra, e per distinguersi ha snobbato il volo a basso prezzo che vi ha condotti da queste parti per raggiungere la brigata, in sella al fidato BMW, nel corso di una notte di meditazione ad altissima velocità lungo le sgombre autostrade di Svizzera e Germania.
Il buon Fagiolo lo ritrovate in Olanda, bianco come un cencio, che vi aspetta puntellato al basamento del teatro neoclassico Concertgebouw, a pochi passi dalla moto ancora calda, e nel giro di cinque minuti è con voi al cospetto degli affittacamere.
Né la stanchezza del viaggio, né la mattiniera sventagliata di joint che vi ha dato il benvenuto in Olanda affievoliscono l’emozione dell’incontro con questa coppia formata da una ex-ragazza bella dalle molte nevrosi, fili d’argento nella massa scomposta di capelli corvini, e da un giovane di origine surinamese, i grossi dread che scendono oltre le scapole. Di fronte ad affittacamere pettinati a questo modo una soluzione conveniente si trova sempre, e il Surinamese in persona vi conduce all’appartamento che per tre giorni sarà la vostra casa.
E’ questa una tipica abitazione olandese dalla severa facciata, sita nella via dedicata ad Albert Cuyp, celebre per il quotidiano mercato, e per arrivare dal marciapiede al tinello si salgono quattro ripide rampe di gradini verniciati, dalla pedata troppo stretta per consentire il passaggio di due persone alla volta.
L’appartamento vero e proprio sviluppa su due piani. C’è un’ampia living room bene illuminata che, sul pavimento d’assi, ospita quattro letti: due si trovano sotto le finestre che affacciano sul mercato, mentre gli altri si trovano oltre l’isola dei divani rivolta verso la televisione, in prossimità della cucina e d’una finestra sul retro cui le frasche d’un giardino alberato fanno da sipario. Due stanze e una grande ma spartana stanza da bagno occupano invece il piano superiore, e dalla finestra della stanza tinteggiata di blu occupata da Speedball e Tandoori, le tende inclinate del mercato che ferve in strada sembrano rettangoli gialli e verdi privi di profondità, come appezzamenti di terra che scorgi dentro la vertigine di un’aerea prospettiva.

Sulle rive dei canali, spesso accompagnate da filari d’alberi, si affacciano le tipiche case di stile olandese, alte e strette, costruite in mattoni rossi con le facciate talvolta dipinte di colori scuri e abbellite da frontoni scolpiti, che conferiscono al vecchio centro di Amsterdam un aspetto uniforme ma molto pittoresco.
Come sanno persino gli anziani, gran parte delle case che sorgono fra la spianata della Stazione centrale e Leidseplein, nella zona abbracciata dalla corona dei canali paralleli, ospitano al piano terra i coffee shop, gli unici locali d’Europa nei quali si può acquistare e consumare in modo legale la cannabis, sotto forma di infiorescenze o resine.
Se dieci anni fa l’offerta dei nebbiosi locali olandesi si limitava alla rinomata Superskunk e a poche qualità d’hascisc, oggi le nuove tecniche di coltivazione indoor permettono lo sviluppo di una quantità pressoché infinita di ibridazioni e varianti.
Abbiamo così, fra le erbe più gettonate, la skunk-hydro e la skunk-4, fianco a fianco con le infiorescenze della qualità Haze e dell’agrumata Orange Bud, ma poiché ogni coffee ha il proprio fornitore di fiducia, spesso basta cambiare locale per trovare sulla lavagna, o sul menù plastificato, notizie di qualità di marijuana dai nomi leggendari: avete così provato la Jack Herer I e la Jack Herer II, prodotte dal pio coltivatore più volte premiato con la Cannabis cup e, sulle ali dell’entusiasmo, vi siete convinti a testare anche Jamaican plus, Adam apple, Columbian, Edelweiss, Kali mist, White Rhino, White Widow; Hindu Kush, Big Bang, Punta Roja, King White Willem, Viking, Durban poison, Sensi star, Northern Light; Purple Haze, Blue Haze, Silver Haze, Grey Haze, Hawaiian Haze, Mekong Haze, Haze Gold; Blueberry, AK 47, New York City diesel, Winter Koning, Thai sticks, WW Afghan, Grizzly; Santa Maria, Seven seconds Sheva, Shege, Sneek, Somango, Star Warz, Spirit of Amsterdam; B52, Bombasta, K2, Black Domina, Morning Glory, Dreamweaver, Choco mist; White melon, Ghandi sativa, Crystal bomb, Fisherman’s friend, el Guapo special e Old Toby.
Forse c’è stato qualche tentennamento al momento di rollare l’ultimo joint della serie, un onesto due grammi di Buddha’s sister, ma alla fine –trattandosi di un addio al celibato, e quindi dell’estrema scorta della giovinezza– potete dire con un filo di voce che ne è valsa la pena.

Da anni, ormai, la municipalità di Amsterdam non rilascia più licenze per apire nuovi coffee shop, così gli indirizzi sono sempre gli stessi che avete imparato a conoscere nel corso delle precedenti trasferte: Baba e 36 nel cuore del quartiere a luci rosse, l’ottimo Green House, il Kadinsky (che ora possiede due filiali) e il tempio induista del Rokery, dove si entra solo a capo scoperto e si possono studiare al microscopio le cime di marijuana appena acquistate. Sorseggiando un succo d’arancia con la dovuta calma si apprezzano le visioni offerte dal progressivo ingrandimento d’una cima di Skunk, di cui scorgerete le gocce stillanti di resina, e con una certa sorpresa vi renderete conto che un’infiorescenza di Stardust, ingrandita decine di volte, non è dissimile dal panorama mediterraneo d’una spiaggia ricoperta di pini mughi inchinati al suolo secondo il verso dei venti dominanti.
E poi c’è la sede staccata del vecchio Bulldog, il più rinomato e inflazionato dei coffee, dove, in assenza di svenimenti, presunti malori o altri incidenti di rilievo, i più arditi si rivolgono al bancone in cerca d’una busta di funghi psicoattivi.
Niente a che vedere con gli effetti del peyote o altre consimili scale per il cielo, ma la psylocibe thailandesis e i piccoli funghi rotondi, grandi quanto un seme di limone e asperrimi al gusto noti come philosophy stones sono abbastanza intrisi di principio attivo da proiettare le vostre menti già provate in un abisso di squilibrio e allucinazione.
C’era un gatto, in giro nella penombra di quel coffee nel quale eravate gli unici clienti. Un micio giovane bianco e fulvo, con la campanella al collo, e un minuto prima l’avevi carezzato. Ti alzi un minuto per andare a prendere qualcosa da bere al bancone, e quando torni a sedere al tuo posto, per la miseria, non è il gatto, la cosa sulla quale ti stai lasciando cadere? Nel tempo d’un battito di ciglia realizzi che lo uccideresti, così ti butti in modo goffo sul fianco, franando contro il bordo del tavolo, davanti ai volti smarriti, di cera e alabastro, che appartengono ai tuoi amici. Perlomeno, ti dici mentre senti il cuoio capelluto farsi effervescente, il gatto deve essere salvo. Ti giri per carezzarlo ancora, per sussurrargli che non hai fatto apposta, e quasi subito realizzi che il micio è altrove, sta facendo le fusa a Piccolo Aiutante di Artois, e la cosa sulla quale ti stavi sedendo –la cosa alla quale eri pronto a parlare– era solo uno sdrucito cuscino di velluto.
E’ così la vita di chi prova il gusto della psylocibe, piena di emozioni, ma in capo a quattro-sei ore, se ancora non vi siete tuffati dentro un canale per sfuggire a un’immaginaria carrozza decisa a travolgervi, tutto torna a farsi più quieto ed euclideo, intorno a voi, e se volete sedare le scariche di ilarità che ancora, per squarci e impennate, vi affliggono, ecco che la rete dei coffee shop cittadini vi giunge in aiuto con una sterminata offerta di qualità d’hascisc, tanto mediterranei quanto d’origine asiatica. Tipologie vintage come il Libano Rosso sono in vendita fianco a fianco di novità dai nomi fashion come X’mas polm e Rajah balls.

Si può discutere ore e ore sull’opportunità di legalizzare o meno le droghe leggere in Italia, ma scendendo a curve ampie il pendio del vostro mondo incantato potete persino chiedervi cosa abbiano mai, di leggero, resine dagli istantanei effetti tibetanizzanti quali il micidiale Annapurna Nepal.
Solo remote campane che suonano, nella vostra testa, e bandiere di preghiera che garriscono al vento freddo della notte.
Più tardi, i piedi pesanti come calzaste antiquati scarponi da sci, vi addentrate per le vie del quartiere a luci rosse, e l’unica cosa illuminata sono i rettangoli delle vetrine dietro le quali donne svestite, che devono essere convenute da tutte le regioni e isole del mondo, in modo sinuoso si muovono.
Troppo giovani per fare commenti moraleggianti, all’improvviso vi convincete di essere troppo vecchi per bussare alle vetrine.
Così, con un pensiero rivolto all’amico Tommy Boy che non è potuto venire, e a tutti gli amici e i cugini che in Olanda non ci sono stati mai, rientrando verso l’appartamento nella via Albert Cuyp intonate per l’ultima volta il vostro coro di ragazzi: “Green leaves, allelujah, green leaves”.


© Enrico Brizzi 2003 per GQ. Serie il giro del mondo in 12 puntate / numero 4 ‘Sound and Vision in Amsterdam’.

 

 

EUSKADI (PAESI BASCHI) 19-22 MARZO

LE FATE DI REYKJAVIK E IL POPOLO NASCOSTO

BUDAPEST

SOUND AND VISION IN AMSTERDAM

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