| © Enrico
Brizzi 2003 per GQ.
LOVE RULES. Love Parade 2003. (titolo provvisorio)
Rumore.
È un’onda continua di terremoto,
cerchi a bassa frequenza che propagano dalle gigantesche casse installate
ai due angoli opposti della piazza di fronte all’Europa Center,
fra il grattacielo sormontato dalla gigantesca stella al neon della
Mercedes e le rovine della chiesa dedicata all’imperatore
Guglielmo.
È la piazza più frequentata di Charlottenburg, già
cuore di Berlino Ovest, dove gli amici dello zoo davano appuntamento
alla quindicenne Christiane F. per dare il via a fosche serate di
spade e marchette.
La scossa tellurica dei colpi di grancassa elettronica, troppo ravvicinati
per essere percepiti nella loro singolarità, allarga la sua
onda assecondando il volere dei deejay; può ritirarsi per
il tempo della discesa in un tuffo, e poi investire di nuovo gli
alteri elefanti di pietra posti a sorvegliare l’ingresso del
giardino zoologico e rimbombare addosso a ogni cosa compresa fra
la squadrata progressione di portici che chiude il lato settentrionale
della piazza e le facciate dei palazzi che fanno da quinta all’ampia
imboccatura della Ku’damm.
L’unico suono che perfora, di tanto in tanto, secondo i capricci
del vento, l’onda continua di grancassa, è il fischio
acuto d’uno dei mille fischietti colorati che i Pakistani
stanno vendendo già da ieri e dal giorno prima.
I Pakistani stazionano a pochi passi dall’anziana edicola
d’un venditore di cartoline e souvenir, oltre la doppia colonna
di auto e taxi che scorre continua nei due sensi, seguendo l’ampia
curva della strada.
Li hai visti appostati, con i loro velli di filo colorato stesi
sul braccio, e sulle prime non ci avevi fatto caso, e non avevi
neppure capito che si trattava di cordoncini dai quali pendevano,
appesi tramite un occhiello, altrettanti richiami in plastica lucida,
capaci di frequenze acutissime, di quelli che si usavano nelle battaglie
di bambini come micidiale arma per rendere sordi.
Purtroppo, forse qualcuno ricorderà, come arma presentava
problemi di rinculo insormontabili. In un certo senso, era come
fare esplodere una bomba a mano senza lanciarla da nessuna parte.
Non è un caso che quasi tutti i bambini che ricordo specializzati
negli agguati a colpi di fischietto siano oggi giovani uomini sordi
perlomeno da un orecchio.
Fino a poche ore fa, i Pakistani si limitavano ad agitare quelle
matasse di filo colorato e sorridere. Da metà pomeriggio,
invece, col fatto che i ragazzi cominciavano ad affluire intorno
agli stand sponsorizzati dalle principali marche di birra, e altri
ancora con le insegne di determinati nuovi drink a base di rhum,
i Pakistani hanno preso coraggio, e adesso che il pulsare della
grancassa investe ogni cosa non smettono più di dare dimostrazioni
pratiche della loro merce. Fischiano con metodo e ostinazione, interrompendosi
solo per riprendere fiato. A chi ama il calcio possono ricordare
certe mezz’ore nervose del vecchio Trentalange, quando la
Juve si trova in difficoltà sul rettangolo del Delle Alpi
e il settore ospiti ancora può aggrapparsi a un’illusione.
Le vie della grancassa.
Sono passate da poco le otto di sera, e il cielo
è una tavolozza di nuvole scure e lucenti, in rapido movimento
sotto la volta bionda del tramonto.
Il grande impianto presso l’ingresso principale dell’Europa
Center detona techno di matrice progressiva sotto la supervisione
di un soggetto sui quarant’anni vestito da giardiniere pazzo,
con un grande innaffiatoio dal quale fanno capolino i girasoli assicurato
alla schiena come un zaino; risponde distillando puro suono house
il secondo impianto, che è disposto all’angolo opposto
della piazza, giusto ai piedi della torre superstite della Chiesa
di Guglielmo.
Intorno alle opposte selve di subwoofer, e nel mezzo della piazza,
si mostra la variopinta popolazione di quelli che aspettano la Love
Parade.
Come nelle grandi feste, infatti, anche la vigilia è da festeggiare
a dovere, e sono diverse centinaia i ragazzi che, carburati di Breezer
e Corona, senza causare alcuno sconcerto fra gli anziani che si
godono l’ultima luce seduti sulle panchine, a spalle scoperte
ballano sotto la cupola del tramonto.
La folla che addensa intorno all’impianto dedicato alla techno
è un mare in festa di teste e braccia levate, mentre solitari
esploratori seguono il battito strutturato della house e percorrono
a occhi chiusi, con passi da volpe e da fagiano, gli invisibili
sentieri del sottobosco che la musica traccia nelle loro menti.
Timidi gruppi di turchi quattrodicenni, vestiti da gangster del
ghetto, vagano indecisi ai margini della piazza; poiché non
si sente in nessun modo l’odore della aggressività,
ordini una birra e cominci a cercare, con piede leggero, la pista
che la musica sta disegnando per te.
In parata.
Tutto comincia alle due davanti alla stazione
dei treni dello Zoo.
Il bombardamento di bassi va avanti senza sosta dalla sera prima,
ma i fiumi di ragazzi che si riversano nell’ampio slargo in
faccia alla stazione cercano tutto tranne un bunker nel quale rifugiarsi.
Sono migliaia e portano addosso colori di pace, ma ognuno, nel suo
cuore, anela di trovarsi al centro della tempesta.
L’invito punk per eccellenza, “Do it yourself!”,
sembra essere accolto con entusiasmo e creatività dalla gioventù
scesa in strada.
Qui ciascuno è, senza vergogna né rimpianti, il cubista
e l’art director di se stesso.
Nude le lunghe cosce delle ragazze di Sassonia; i gambali di pelo
sintetico sono assicurati tramite elastici sotto il ginocchio e
riproducono i colori accesi delle minigonne a fazzoletto, minigonne
che in Italia, nel mezzo della calca, darebbero vita a una quantità
di equivoci. Altre signorine indossano stivali da moschettiere o
trampoli alla Marc Bolan, e sono numerose quante portano in testa
parrucche color menta, indaco, blu oltremare.
Sul versante più squisitamente maschile, marinaretti a torso
nudo evasi da qualche palestra rendono espressivi omaggi, filtrati
dalle più recenti citazioni di Jean-Paul Gaultier, alle storiche
atmosfere di Querelle de Brest.
Chi si è ridotto a fare le cose a metà può
acquistare sulle bancarelle corone di fiori realizzati con la carta
crespa, oppure uno spray da cinque euro che manteca all’istante
il capello fino alla radice donando alla chioma un aspetto industrial
da scultura in lamiera.
Non serve un pifferaio, per guidare la folla attraverso il ponte
dalle dalle spallette di ferro che, scavalcando un canale, conducono
all’ombra dei frondosi alberi del Tiergarten, l’immenso
parco attraverso il quale, come un fiume lento, scorrerà
il liquido cuore della musica.
Si parte senza un via, tutti insieme, in mezzo a gruppi di Berlinesi
in maculate divise da gabber vecchio stile e ragazzi dell’Est
che sventolano bandiere. Si vedono una quantità di drappi
biancorossi della Polonia; il tricolore estone; la vecchia bandiera
dell’Urss, e in nessun modo provi la fastidiosa sensazione,
tanto comune in Italia, che le ragazze siano una ritrosa minoranza.
Il cuore della musica sono trenta camion che, a poche centinaia
di metri uno dall’altro, sfilano a passo d’uomo verso
la porta di Brandeburgo. Equipaggi fuori di testa, ala dura di dancers
a sfilare tra un camion e l’altro nel ventaglio di due immense
ali di folla, sotto gli archi arcobaleno di mitra ad acqua scaricati
verso il sole.
Domani si leggerà sui giornali che al Tiergarten c’era
mezzo milione di persone. Si leggerà che la Love Parade vive
nonostante le proteste che, da più parti, la bersagliano.
Troppo caos, a sentire i soliti residenti consacrati alle atmosfere
cimiteriali, troppo businness per le frange di danzatori politicizzati.
In ogni caso, verranno a dirti i giornali, la creatura nata dalla
fantasia del dottor Motte continua la sua marcia d’amore fino
al 2004. Ancora un’edizione, e poi si vedrà.
Per restare ancorati a quel che è sicuro, la Love Parade
del 2003 è stata una sfilata ed è stata una festa
pagana d’estate celebrata sotto le fronde degli alberi nella
quale ognuno dava il suo contributo cercando di essere meno banale
del solito. La festa di un carnevale grottesco e tollerante celebrato
nella generosa capitale di un popolo abituato a pensare con rigore
e a vestirsi un pò come viene.
Si trovava da bere facilmente, e come Lucignolo nel Paese dei Balocchi,
bastava guardarsi in giro per scoprire meraviglie sempre nuove.
Spagnoli espansivi scattavano estatiche foto ricordo in compagnia
delle più notevoli signorine del luogo, mentre uomini-ape
con il volto glabro dipinto di giallo sorridevano in modo tenero,
senza smettere di roteare il bacino, a intere cucciolate di quarantenni
baffuti infilati in curiose tute da dalmata.
E poi: terzetti urlanti di lesbovampire; culturisti calvi con il
collare da cane; nudisti integrali invitati in modo fermo ma gentile
a rivestirsi e sparire; i cavalieri di Malta che portano via in
barella i primi vinti di giornata, e predicatori yankee, con tanto
di croce in legno del Vermont portata a spalla, pronti a piombare
sugli amici dei collassati per spiegare in che senso –allelujah!–
Gesù Cristo e il creatore della Love Parade la penserebbero
allo stesso modo su un sacco di questioni.
Pigs in zen.
Pensi che l’ultimo drink leggero a base
di rhum forse non era così leggero, quando scorgi, seduto
a cavalcioni d’una transenna, un uomo che indossa la divisa
verde della polizia agitarsi al ritmo robusto della techno. L’uomo
regge per i fianchi un pupazzo, si direbbe, e lo fa ballare in aria.
Ti avvicini, e la transenna che l’uomo ha deciso di cavalcare
fa parte della modesta recinzione che fiancheggia un camion, anch’esso
verde, dalla groppa del quale sgorga la musica.
Poi realizzi, non senza un certo sconcerto, che il pupazzo, esibito
con la tenera fierezza di una mascotte, è un maiale di peluche,
anch’esso in divisa verde e con tanto di cappello. L’agente
che con tanta energia lo scuote in aria può avere l’età
di tuo zio Franco. Cinquanta e qualcosa portati bene. Però
è più rosso in volto di tuo zio, e di quasi tutti
i presenti.
C’è anche un’agente donna, minuta e biondissima,
ai piedi della cabina del camion sputamusica. Non balla, ma distribuisce
volantini ai ragazzi che, increduli quanto te, si fanno scattare
dagli amici una foto ricordo con il porcellino e il suo allegro
custode.
Un giovane maiale di peluche. Mascotte della polizia. La polizia
che balla. Musica techno dal camion della polizia. Va bene, ti dici
mentre intorno fioriscono i sorrisi. Allora è come dicono
i predicatori del Vermont. È come dicono il dottor Motte
e il vecchio Gesù Cristo. Tra gli uomini di buona volontà
–allelujah! – l’amore regna.
© Enrico Brizzi 2003. Per GQ. Serie
‘Il giro del Mondo in dodici tappe’ / numero 5. Berlino.

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