| © Enrico
Brizzi 2003 per GQ.
Strada statale Simferopoli-Evpatorija; Repubblica
autonoma di Crimea; Ucraina.
Polvere.
Polvere gialla e sabbiosa sollevata dal passaggio di vecchie corriere
e auto Moskvich lungo la pista d’asfalto smangiato.
Polvere che gli scrosci di pioggia estiva non riescono a domare.
Si annida lungo le spaccature e dentro i modesti crateri delle buche,
anzi, e ristagna ai margini della carreggiata, come fosse il respiro
stesso della strada, o il residuo di un tormento invincibile che
corre attraverso il Paese.
Filari di vite invadono i fianchi dei pendii battuti da un vento
caldo, e grigi profili di ciminiere si levano in distanza contro
la linea dell’orizzonte. Non c’è guard-rail né
linea di mezzeria, lungo la strada, e soltanto a intervalli di molti
chilometri fioriscono i cartelli segnaletici sui quali, in rigoroso
alfabeto cirillico, biancheggiano i nomi delle città più
prossime.
Il tassista, un uomo dal sorriso raro e fitto di capsule dorate,
con i suoi occhi dal taglio orientale eppure cilestrini d’iride
come quelli della gente nordica, sprona senza una parola la sua
Lada Niva lungo la strada per Evpatorija; si lascia alle spalle
un villaggio dopo l’altro, i capannelli di contadini che,
seduti sull’erba all’ingresso dei centri più
popolosi, chiacchierando fra loro montano di guardia a mucchi di
cocomeri e curiosi treppiedi dai quali pendono grosse trecce di
cipolla rossa. Sui rimorchi di carri e trattori hanno portato fin
lì, sulla riva della pista d’asfalto, i prodotti dei
loro campi, ma sono pochi gli automobilisti che si fermano per comprare
qualcosa, e il tassista dalla bocca d’oro rallenta solo quando
le rare auto provenienti dalla direzione opposta, sfanalando ad
abbaglianti alternati, segnalano l’imminenza d’un posto
di blocco della Milizia.
Alla periferia di Evpatorija capre e fulvi vitelli brucano negli
ampi spazi erbosi che si aprono ai piedi dei colossali palazzi color
ghisa edificati negli anni del Regime, e bionde fanciulle ucraine
con il foulard legato in testa e gli zatteroni di sughero ai piedi,
con nonchalance controllano che il bestiame non si disperda.
La povertà e lo sbigottito orgoglio del Gigante crollato
in ginocchio sembrano esalare dalle facciate stesse, bisognose d’urgenti
restauri eppure non prive di maestà, delle case del centro;
puoi illuderti di viaggiare negli anni Cinquanta, o nel cuore stesso
di un’Idea agonizzante.
Kazantyp. The Z-games.
Un modesto reticolo di strade sterrate; orti delimitati
da recinzioni messe insieme alla meglio; poche case alte due piani
con le inferriate alle finestre, una manciata di bancarelle di tabacchi
e generi alimentari e un unico bar in muratura costituiscono il
villaggio balneare di Popovko, scelto dal governo autonomo della
Crimea per ospitare il festival di Kazantyp.
I giochi nazionali del grande popolo, questa la definizione completa,
ma per farla breve si possono chiamare anche Z-Games, e dal Baltico
agli Urali non c’è, in questo scorcio d’estate,
meta più ambita per gli appassionati di musica elettronica.
Gruppi di ragazzi in tenuta da bagno, ciascuno con il pass giallo
della festa appeso al collo, con l’aria di nottambuli vigorosi
solcano il sabbioso decumano del paese, e se guardi verso l’aperto
della spiaggia, contro il cielo dorato vedi svettare lo scheletro
in tubi della struttura d’un grande palco.
C’è il punkettone in sari e cresta mohicana, in coda
alla cassa, e ci sono le brigate di Barbie-girls scese fin qui da
Mosca e San Pietroburgo. Il pass costa 160 grivny –una mezza
fortuna, da queste parti– ma consente l’accesso alla
spiaggia fino alla fine del party, e il party, che stasera conoscerà
l’apertura ufficiale, è destinato ad andare avanti,
con ucraina ostinazione, per settimane intere.
Chi non ha i soldi per il biglietto può entrare nell’area
della festa solo a patto di portare con sé una valigia dagli
spigoli rinforzati in metallo. La valigia deve essere rigorosamente
dipinta di giallo acceso –il colore della festa– e portare
in bella vista il marchio della Z.
All’ultimo grande raduno rock dell’estate russa, poche
settimane fa, quattro giovani terroriste cecene si sono fatte saltare
in aria nel fitto dei ragazzi assiepati ai cancelli, e anche qui
agli Z-games le misure di sicurezza sono adatte a un paese minacciato:
ogni partecipante viene fotografato con una webcam, e l’immagine
registrata tramite un codice a barre sul pass. Una volta all’ingresso,
strisciando il codice del pass sotto un’apposita apparecchiatura
collegata al computer della sicurezza, appaiono sul monitor le vostre
auguste sembianze – o quelle del giovane tartaro dal quale,
per evitare la fila, avete incautamente acquistato il vostro pass
abusivo.
Si scorgono tatuaggi tribali e traumatici hot pants, lungo la coda;
ragazze mutanti dalla testa rasata a ciuffi e più classiche
bellezze uscite di sana pianta dall’epoca cotonata delle originali
Charlie’s Angles. Tutti aspettano il loro turno con pazienza,
senza alzare la voce neppure quando l’addetto alla sicurezza
concede a intere frange d’amici di saltare la fila, e tutti
sono incuriositi dalla strana coppia di foreign boys formata dall’amico
Victor Tottenham e dal sottoscritto. Stupiscono le nostre sembianze
mediterranee, il nostro allegro scambiare commenti nella cara vecchia
lingua del Sì mentre intorno si chiacchiera tutt’al
più sottovoce, e la nikon digitale di Victor riesce a suscitare
quieta e solenne ammirazione.
I pochi ragazzi in coda che parlano un inglese sufficiente a instaurare
una discussione vi trascinano in poche frasi nel vortice di esistenze
protese verso l’Occidente: operatrici in agenzie matrimoniali
specializzate nel mettere in contatto american old farts e giovani
nubili di Kiev e dintorni; studentesse all’Accademia moscovita
per il turismo; neo-laureati in lingue curiosissimi di conoscere
la vostra opinione sul cinema di Stanley Kubrick e, soprattutto,
la scena notturna di Ibiza.
Quasi tutti sono figli di famiglie benestanti, e i più hanno
affrontato viaggi lunghissimi per arrivare su quest’ampia
spiaggia del mar Nero: l’ingegnere civile Max ti racconta
sorseggiando una Kr’ym in bottiglia che dalla città
natale di Tomsk si è sobbarcato quattromila chilometri su
rotaia. “Siberia”, ti dice. E poi, con un sorriso che
trabocca d’orgoglio: “Our university is the third in
the world”.
A un tiro di voce, sullo sfondo delle prime case di Popovko, la
pupilla rettangolare velata di malinconia, languide pascolano le
capre.
Attraverso il cerchio di luce
Superate il varco della sicurezza e vi trovate
a percorrere l’erta di una rampa la cui sommità è
circondata dalla perfezione d’un cerchio, grande abbastanza
da consentire il passaggio di una mezza dozzina di ragazzi alla
volta, e la curva del cerchio è percorsa senza sosta da una
lampeggiante fuga di luce.
Attraversare il cerchio di luce significa entrare agli Z-Games schizzando
avanti di cinquant’anni rispetto al mondo rurale dell’entroterra
e, assecondando l’inclinazione della seconda metà della
rampa vi ritrovate all’ingresso di una vasta porzione di spiaggia
di rena bruna nel cuore della quale sorgono bar e chioschi variopinti
che neppure al carnevale di Notting Hill; sulla destra, uno spesso
muro bianco sormontato da colonne con il capitello, in stile Baia
Imperiale, chiude l’orizzonte in direzione del palco, e all’ombra
di amene verande si aprono allineati i verdi stagni dei tavoli da
biliardo.
Ragazze in topless e ragazze nude si godono l’ultimo sole
al suono della mite elettronica pomeridiana; torri dorate di narghilé
svettano dietro i banconi dei bar; seduti sula sabbia, rasta nati
a Leningrado intagliano pipe nel legno tenero di qualche arbusto
dei dintorni.
Ovunque è pace e inaudita bellezza, e, sulla sinistra, un
piccolo accampamento composto da una dozzina di tende bianche, chiamato
in maniera adatta Kama-Sutra Center, offre alle coppie inquiete
la possibilità di appartarsi.
Tu e il buon Victor Tottenham, la macchina digitale ormai dotata
di furibonda vita propria, potete procedere come Geppetto e l’amico
Lucignolo lungo la passerella di cemento che conduce verso il cuore
della spiaggia, delimitato da una mistica circonferenza di monoliti
al centro della quale, venerato senza bisogno di trovarsi a bordo
di un piedistallo, regna un coupé della Bmw decorato con
gli adesivi di qualche sponsor.
Sarà inutile, nel corso delle quarantott’ore trascorse
agli Z-games di Kazantyp, cercare di convincere gli occasionali
amici russi che, quando hai affrontato la trafila per la patente,
presso una scuola guida come si deve nel centro di Bologna, era
su un coupé identico a quello che l’istruttore Maurizio
ti illustrava i rudimenti dell’automobilismo moderno.
Tramonta il sole
Tramonta il sole in direzione dell’Italia,
e quanti hanno la fortuna di una camera in affitto a Popovko rientrano
verso l’ovile per riposare qualche ora.
Il primo fumo azzurro si leva dai bracieri dei ristoratori crimeani.
Giannizzeri baffuti spaccano la legna per alimentare il fuoco sul
quale cuoceranno gli spiedini di agnello.
Il padrone di casa, un ex militare dai piedi giganteschi che ha
combattuto in Angola, a lungo cercherà di intrattenervi,
grato dei dollari che corrispondete per l’affitto, con il
suo misterioso e imperturbabile eloquio in Ucraino stretto, ma quando
scocca l’ora delle streghe siete di nuovo lungo la buia sterrata,
fianco a fianco con ronde d’allegri fantasmi diretti come
voi, il pass assicurato al collo, verso le luci della spiaggia.
Oltre gli ultimi orti e la confusione dei tassisti, andate a farvi
risucchiare dal cerchio di luce capace di proiettare nel futuro.
Scendete la rampa e la spiaggia formicola di migliaia d’ombre,
e intorno a voi affluiscono senza sosta coppie, comitive di aspiranti
marioli e batterie d’amichette che inalberano vezzosi berretti
da frenatore di treno.
Sul palco principale, dopo l’esibizione dal vivo di un combo
samba-rap, uno speaker strappato di peso agli anni della radio di
stato sovietica presenta alla platea in delirio il signor Nikita,
presidente degli Z-Games.
Nikita pronuncia il suo incomprensibile discorso d’apertura,
e dopo questo solo il respiro profondo dei 120 Bpm regna sopra le
teste della moltitudine.
Può essere un sabba in riva al mare e può essere la
versione novissima di un’antica festa d’estate; a voi
che arrivate da lontano sembra si celebri la notizia d’una
Liberazione a lungo attesa.
Oltre il bianco sipario del colonnato, lungo la linea scura della
riva e sulle piattaforme d’assi dei bar, stazionano quanti
desiderano rifiatare dopo essersi spesi tra le fila del popolo in
marcia lungo le piste secondarie, sul concreto impiantito della
piattaforma Flashback o attraverso i matronei del sopraelevato fortino
consacrato alla drum ‘n‘ bass.
Il vento notturno che increspa le onde, carico di salmastro, soffiando
leggero asciuga le schiene e propizia i sorrisi sui volti dei ragazzi
destinati a bruciare fino all’alba.
© Enrico Brizzi 2003 per GQ.
Per le immagini © Victor Tottenham 2003.

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