| «IL MUCCHIO
EXTRA», numero 8, inverno 2003
LIVE AL BIG CLUB
By appointment with Federico Fiumani.
Una volta, in un libro hai letto che ci sono stagioni
della vita in cui le cose vengono a visitarci con il nitore e la
forza del sogno.
Possono essere sogni in cui nostro padre è di nuovo un ragazzo,
e con voce di ragazzo ci chiama dal cortile proprio sotto la nostra
finestra, o sogni complicati e vividi dove cammini con passi da
gigante per le strade di Firenze: c’è neve ammassata
agli angoli delle piazze, e dentro il tuffo d’uno smarrimento
sconfinato credi di capire che gli amici e tutte le persone che
conosci sono destinati a un letargo di molti mesi.
Sei ancora giovane, ma hai imparato ad accettare le visite delle
cose come quelle di sogni troppo numerosi per essere interrogati
uno ad uno, e credi di sapere che anche le cose buone capaci di
nutrire la nostra vita possono arrivare alla fine senza che niente,
né una voce né un segno, arrivi a metterci in guardia.
Possono svanire un poco alla volta e possono infrangersi, e ci sono
volte in cui semplicemente, in modo troppo rapido perché
possiamo intervenire, cambiano pelle sotto i nostri occhi.
Pensi alle cose che cambiano e alle cose che finiscono, e questi
sono i pensieri che ti tengono compagnia mentre chiudi gli occhi
e ti lasci andare con le spalle contro lo schienale della sedia.
Puoi sentire il freddo del muro contro la nuca, e puoi sentire M.
e gli altri che parlano di cosa si può fare dopo, alla fine
del concerto. Le loro voci riempiono questa stanza di retropalco,
e l’aria può essere greve di fumo oppure può
esserci una finestra aperta, a te non importa più.
Tre anni fa, qui al Big Club, millecinquecento
ragazzi hanno pagato il biglietto per vedervi dal vivo, e anche
stasera ci sono amici arrivati a Torino per vedervi suonare, ma
in questo momento vuoi solo allungare le gambe, tenere gli occhi
chiusi e sentire il freddo del muro contro la nuca.
Pensi a come andavano le cose tre anni fa, a come andavano due anni
fa: Diaframma è un sogno ed è una parola da difendere,
e tu l’hai difesa e l’hai riempita di vita e significato.
Questo è un fatto e non un sogno, ti dici senza schiudere
le ciglia. Non sono sogni i ritagli di giornale e le pagine fotocopiate
delle fanzine che conservi a casa. Hanno scritto che la new wave
è l’unica boccata d’aria fresca in grado di restituire
energia alla musica italiana, e in tanti pensano ai Diaframma come
al migliore gruppo new wave del Paese.
Così ti dici che solo una persona molto sciocca o paurosa,
al tuo posto, non avrebbe provato a crederci fino in fondo come
hai fatto tu. ‘Indipendenza’, ‘coraggio’,
‘futuro’, sono parole che ti ronzano in testa questa
sera, e Diaframma Records è un altro sogno che merita di
essere difeso.
Per un po’ ascolti le parole degli altri: sembra che il punto
sia fissare nuove date, alzare più spesso il telefono per
trovare il modo di farsi ospitare in una trasmissione sulla televisione
nazionale. Ascolti il suono di quelle parole che scorrono, e pensi
ad acqua lenta e sabbiosa, acqua passata sotto troppi ponti.
Il concerto di questa sera fa parte del tour di
supporto a ‘Boxe’, ma proprio non c’è niente,
nel chiasso della stanza, che lasci pensare a uno spogliatoio in
cui giovani pugili si preparano a salire sul ring. Manca la concentrazione
e manca la consapevolezza disperata che sin dalla prima ripresa
ti giocherai qualcosa di vicino alla possibilità stessa di
restare integro.
Poi M. dice che in sala ci saranno sì e no duecento persone,
e più che il disappunto, nella sua voce ti sembra di riconoscere
uno stupore freddo, come portasse notizia di una sconfitta per cui
nessuno deve sentirsi in colpa.
Tra cinque minuti salirete sul palco. Tu attaccherai ‘Adoro
guardarti’, e l’ebbrezza di suonare ti sosterrà
fino alla fine e dopo la fine, ma in questo momento sei pieno di
rabbia e vorresti solo spiegare a M. in che senso, anziché
sembrare un pugile in attesa di combattere ti appare un uomo corrotto
da troppe cautele.
Sai bene che non è il momento di piantare grane, dice una
voce mite e calda dentro la tua testa. D’accordo, ti dici.
Soprattutto, stiamo calmi.
Non è ancora obbligatorio che le cose con M. vadano a catafascio;
e non è detto che, qualunque cosa accada, per l’anima
pugilistica del gruppo sia un male. Hai spalle larghe abbastanza?
Hai mani forti? Lo sai meglio di chiunque altro.
Forse è solo un cambiamento e un’evoluzione, il genere
di fine che i Diaframma si trovano davanti questa sera.
Oh sì, ti dici. Un cambiamento che ti chiama
per nome e ti conosce fin da quando eri bambino e camminavi per
viottoli di campagna in perfetta solitudine.
Per un po’ pensi al destino che fuori dal
Big Club, nella notte nebbiosa che sembra originare direttamente
dal fiume, si prepara per tutti voi, e poi pensi che in ogni caso
non lo conoscerai fino alla fine.
Tanto vale andargli incontro senza lasciare spazio
alla paura, allora, e respirare ancora una volta in modo profondo.
Respirare ancora una volta come sai fare da sempre, e poi aprire
di nuovo gli occhi.

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