| «Musica!»,
supplemento de la Repubblica, 21 Febbraio 2001
MY NAME IS JOHN FRUSCIANTE
Enrico Brizzi intervista John Frusciante!
È un lunedi' mattina di aria densa e umida,
a Milano, e io scendo il viale dedicato all'ammiraglio Vittor Pisani
lasciandomi alle spalle il mostro bianco della stazione. Sono qui
perche' mi e' stato combinato un appuntamento con il chitarrista
John Frusciante, eroe semi-eponimo del mio primo, tardoadolescenziale
romanzo. L'appuntamento e' stato preceduto dall'invio di una copia
del nuovo album solista di John, intenso e struggente e battezzato
To Record Only Water For Ten Days.
Era un po' d'anni che desideravo incontrarlo, per la verita' piu'
come chitarrista e uomo che come eroe semi-eponimo, e finalmente
l'occasione e' arrivata. Mi chiedo se devo essere brillante o dimesso,
nello scambiare quel po' di chiacchiere che gli impegni di John
consentiranno di scambiare. Traverso via Boscovich e subito mi sento
in colpa per i retropensieri che m'assediano il cuore. In fondo
- mi dico - sto andando a conoscere il signor Frusciante. Ammirarlo,
lo ammiro. Simpatia, ne ispira parecchia, e se piace pensare che
nella vita i cerchi sono destinati a chiudersi, ci si puo' persino
rassicurare all'idea che ormai e' stabilmente rientrato nel gruppo.
Dovrebbe essere un momento semplice e bello, mi dico, non puntinato
di pensieri tecnico-scentifici tipo i dubbi sul funzionamento del
registratore portatile. A un tratto credo di capire che non e' l'imminenza
dell'incontro a mettermi ansia e prurito, ma il passeggiare schivo
dei milanesi. Da vero militante omeopatico, prendo un caffe' in
un bar da insalate, e subito l'agitazione svanisce, come succhiata
via dalla tazzina.
Quando e' il momento entro nella hall del grande albergo. Sono un
giornalista, dico senza scoppiare a ridere. Ho appuntamento col
signor Frusciante. E' di statura media e passo vellutato, perlomeno
sulla moquette. Si e' tagliato la barba da afghano che sfoggiava
nei video dei singoli di Californication, e anche i capelli sono
corti, con l'unico ornamento di una frangetta che prende meta' fronte.
Un poco provato, forse, ma non sono il medico di Frusciante ne'
la madre, per cui non sto a fare troppe domande sul suo stato di
salute. Parliamo del disco, invece. Subito gli chiedo della differente
idea di potenza che anima questo album rispetto alle tracce piu'
rumorose e levigate, dei Red Hot.
"E' un'esperienza molto diversa", inizia a raccontare
con voce semidolente "quella di registrare in quattro in grandi
studi da quella di un luogo confortevole in cui fai praticamente
tutto da solo. Ed e' proprio una differente parte di spazio, quella
cui cerco di dare voce in questo album, rispetto al tipo di forme
e spazio rappresentato coi Peppers". Dice proprio cosi', different
kind of shapes and space. Cerco di non indugiare troppo con lo sguardo
sui tatuaggi che gli appesantiscono le braccia, mentre spiega di
come e' stata un'esperienza adatta quella di confrontarsi, dopo
Niandra Lades del '94, con il silenzio d'una casa e il desiderio
di non suonare soltanto la chitarra.
In questo disco canti, gli dico. E la tua voce evoca sensazioni
molto diverse da quelle di Anthony. Non avrebbe senso, gli domando,
pensarti come voce e chitarra ai Red Hot?
"Potrebbe anche darsi", risponde. "Per ora lavoro
con il mo amico Josh, che a differenza di me e' molto forte con
le keyboards. Vedi" mi dice rispondendo alla domanda che non
ho avuto ancora il coraggio di porgli "quando me ne sono andato
dal gruppo, non era perche' avessi qualcosa da rimproverare ad Anthony,
Flea e Chad". Dice cosi', e stira le braccia in avanti, lo
sguardo opaco e sognante da giovane guru del mondo occidentale.
"E' che ancora non avevo chiara la questione delle dimensioni.
Non avevo consapevolezza. Voglio dire che ero proprio stanco",
ricorda John. "Mi affaticavano le gag sul palco, fare funny
faces e abbassarsi i pantaloni. Pensavo ancora al mondo come a un
mondo di tre dimensioni".
Parlami di questa faccenda delle dimensioni.
"Prendi Fallout, o un'altra a caso delle mie canzoni del disco.
Io ora so che, in qualunque momento della mia vita, quando suonero'
questa canzone affioreranno nella mia testa gli stessi colori e
le stesse sensazioni che ho provato incidendola. Succedera' a prescindere
da dove mi trovero', capisci?".
Capisco?
"Prima mica lo sapevo", mi dice sorridendo. "E pensare
che ero quasi morto". Indugia un attimo brevissimo "Il
fatto e' che gli artisti cercano spazio", riprende. "Spazio
nuovo, che prima non c'era. Gli uomini che si muovono lungo straight
lines, invece, lavorano tutta la vita ma non creano niente. Lo spazio
nuovo creato dagli artisti con la musica, le parole e le immagini
trasforma questo mondo a tre dimensioni in qualcosa di diverso",
argomenta John, che adesso pare lieto e sicuro, come una specie
di missionario ottocentesco intento a spiegare ai Bantu' il concetto
di Santissima Trinita'. "È l’extra-movement dell’arte
che rende il mondo una realtà a quattro dimensioni".
Il mondo a quattro dimensioni, mi dico sorpreso per non averci mai
pensato prima. Pesissimo.
A questo punto John introduce il concetto di mondo a cinque dimensioni.
Il concetto di extra movement quadridimensionale che tanto m'aveva
abbagliato non sarebbe altro che una pallida imitazione, una specie
di omaggio, a una realta' ulteriore.
"Il mondo delle cinque dimensioni", dice John, "e'
il posto in cui tutto e' movimento. Movimento perpetuo", dice,
e la prospettiva pare sorridergli.
Da quando e' che sai queste cose? Domando sforzandomi di non apparire
una specie di investigatore della psiche.
"Mah. Certi lampi, certe sinapsi, ce le ho avute fin da piccolo.
Ricordo che un giorno - avro' avuto piu' o meno 7 anni - stavo camminando
lungo una strada e, mi e' apparsa chiarissima l'immagine di come
sarei diventato a 23 anni. In tempi piu' recenti, ho avuto chiaro
in testa come avrebbe suonato l'album dei Peppers che ancora non
avevamo inciso".
Parli di Californication?
"Si'. Ancora non avevamo suonato insieme i pezzi nuovi, e io,
in un attimo, ho saputo come sarebbe stato il drumming di Chad,
come avrebbe suonato su disco il basso di Flea e il resto".
Vedi il futuro, dico
"Mi capita", dice lui.
Vedi anche la fine?
"No, la fine no. Ma vedo la mia prossima vita".
Nascerai di nuovo?
"Nasceremo tutti di nuovo. E se riuscissimo a creare spazio
e movimento in questa vita, nasceremo in un mondo un poco migliore".
Abbiamo chiacchierato ancora un poco. Ma io e' cosi' che lo ricordero',
mentre mi sorride di sotto in su raccontandomi la sua verita', la
sua idea di salvezza per il mondo. Io ve l'ho raccontata perche',
come tutte le verita', non e' fatta per restare segreta.
Enrico Brizzi 2001

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