«PANORAMA», febbraio 2000

PAROLE MISTERIOSE PER CUCCIOLI

Le parole dei cantautori sono le parole che cantavano i nostri padri la domenica mattina preparando il pranzo domenicale con l’entusiasmo di chi può pasticciare in cucina senza l’ansia di dover lavare i piatti. Erano uomini giovani. Se è possibile pensare una cosa del genere, non erano tanto diversi da come ci avviamo a diventare noialtri electro rockers di oggi.
Il mio, di padri, era appassionato di Tenco, Endrigo, Paolo Conte e altri cantautori del Nord-Ovest.
Ricordo il vecchio marantz a puntina saltellante che diffondeva malinconie tipo “Sàààssi che il vento ha consumàààto”, ricordo le occhiate allegre di mamma quando mio padre rinverdiva il ricordo del primo disco che le avesse mai regalato. Era l’alba del loro amore, molto prima che io e il fratello cadetto ci affacciassimo sul mondo, e il disco era un quarantacinque giri dello stesso Luigi Tenco che ci teneva compagnia dalle casse gemelle disposte negli angoli strategici del salotto. Paolo Conte mi piaceva: le canzoni erano intense, a volte allegre, e lui aveva un’aria simpatica nella fotografia sulla copertina del vinile. Sembrava uno zio finito ad abitare lontano, di quelli che non rispuntano mai in città a mani vuote. Quando cantava di Bartali, di “quel naso triste come una salita, quel viso allegro da italiano in gita”, faceva venir voglia di pedalare a tutta birra verso traguardi sconosciuti che s’intuivano nonostante le molte curve ancora da svoltare. Quando poi, nella stessa canzone, confidava che “le donne a volte sai sono scontrose, oppure devon fare la pipì”, il mistero dell’età adulta rifulgeva intatto e ci faceva sentire ancor più cuccioli.
Crescemmo sentendo dire della nostra città che “Bologna è una vecchia signora dai fianchi un po’ molli”, e dalla stessa voce del Maestrone imparammo che non tutti i soprusi sarebbero rimasti impuniti: sarebbe arrivata un giorno una locomotiva lanciata a bomba, sulle note d’un popolo che fa echeggiare un “trionfi la giustizia proletaria” da far accapponare la pelle.
Adolescenti, fummo romantici. Sognavamo qualcuna a cui dire “ora le tue labbra puoi spedirle a un indirizzo nuovo”, invece ci tremava la voce, arrossivamo e preferivamo cullarci nella fantasia d’una donna adulta, una femmina vera chiamata Bocca di rosa che “metteva l’amore in ogni cosa”.
Alla ricerca disperata e inconsapevole d’un centro di gravità permanente, ci emozionammo trovando amici uligani con cui gridare “siamo solo noi, che andiamo a letto la mattina presto e ci svegliamo con il mal di testa”. Abbiamo conosciuto ragazze che riassumevano in un solo sorriso tutti i pezzi orecchiati qua e là del signor Battisti, e altre a cui la musica piaceva purché non fosse italiana. Di quei versi gentili qualcuno me ne è rimasto in mente, ma se devo pensare alla canzone italiana più epica dei Decenni Andati, non ci sono motociclette dieci accapì che possano tenere testa al quarantacinque giri di un certo Ricky Shayne. “Dopo dieci anni ho rivisto l’amico Bob con una giacca di cuoio con scritto su ‘giorno per giorno io vivo, io sono Mod’. Era firmato da Bob, uno dei Mods”. Così cantava il nostro, e noialtri cuccioli di Bologna Sud sognavamo di meritare un giorno la nostra Brighton, il nostro stile e i nostri nemici.

Enrico Brizzi 2000.