| «COMIX»,
anno V, numero 6, giugno 1996.
ENRICO BRIZZI RACCONTA VASCO ROSSI
Si parte in accelerazione
nucleare sull'auto del signor Ronnie. Red Ronnie.
Ci si siede da Napoleone, ristorante bolognese da ore piccole. Vasco
mangia tartufo alle tagliatelle, dice: "Oh yeah!". "Cosa
fai, scrivi un altro libro adesso?" chiede.
"Beh, sì, è un po' diverso dal precedente...
un po' cattivo, forse... forse è la parte cattiva di una
storia simile..."
"Be', giusto, come nelle canzoni, che uno sdoppia uno stesso
personaggio da una canzone all'altra... d'altronde tu sei molto
intelligente... secondo me sei un genio."
"Dai Vasco, basta, sennò quando arrivo a casa mi faccio
subito una sega..."
"Ah! Ti dico quello che penso, non è mica un complimento,
come se dici a una bella figa che è una bella figa..."
"Io qua registro tutto, eh?"
"Registra, registra, che ogni cosa è scritta, è
scritto tutto, sai Red Ronnie" e si rivolge all'Ansaloni "è
scritto anche di quando eri candidato nel Piesseì..."
L'uomo del Roxy Bar rimbecca "Vasco, guarda che è scritto
anche quando volevi la televisione grande, ed è scritto anche
perché la volevi grande... che poi è nata la canzone
‘Delusa’, eh, ti ricordi?"
Una risata scioglie la tensione; l'allusione alla presunta sbandata
di Vasco per Ambra e le ragazzine di Non è la Rai è
più che evidente.
"Va là, stai zitto, che c'è qui mia moglie, l'artefice
della mia redenzione... della regolarizzazione... della regolamentazione
della mia vita spericolata... la colonna della mia vita... della
mia famiglia."
La moglie del Vasco (carina!) ammicca come una che la sa lunga.
"Senti Vasco, su un vecchio King di qualche tempo fa ho letto
un'intervista a Umberto Marzotto, tuo storico compagno di vita spericolata...
parlami un po' di quegli anni."
"Ah... quel periodo... quel periodo... vivevo proprio... stavo
sveglio due o tre giorni... tiravo... facevo tre o quattro concerti
di fila, poi dormivo quattro giorni... e Marzotto è arrivato
in un momento così... vivevo in un capannone... che avevo
messo a posto per abitarci, c'erano gli uffici... e ospitavo gente
che arrivava.. e facevamo una vita disordinata... stavamo fuori
tutte le sere, andavamo nei posti, così... a me piaceva più
che altro perché andava in moto, faceva motocross... ce n'è
stata anche altra di gente che è vissuta con me nel capannone...
per dei periodi... ospitavo la gente che mi piaceva di più...
andavamo alla Capannina... io facevo i concerti... e la gente intorno
viveva proprio in modo bohémien... la gente come Umberto
erano un po' le pecore nere... un gruppo di gente che si conosceva
e viveva la notte... Adriano Bonacina... gente che viveva a Milano...
stavamo insieme per sconvolgerci la vita... mica per morire, sai...
volevamo proprio prendere tutto..."
"E adesso non ti sembra che la società sia sempre più
omologata, che ci sia meno questa voglia di cui parli?"
"Mah, la gente che vive così è sempre stata poca
e ce n'è anche adesso... in provincia, per esempio, la gente
lavora cinque giorni alla settimana e poi il weekend si ubriaca
fino a suicidarsi... io non volevo il weekend... perché deve
essere domenica solo una volta alla settimana?
"Io volevo la domenica tutti i giorni.
"Io più che altro mi divertivo molto..., però
non lo auguro, non lo auspico a nessuno... la consapevolezza si
può raggiungere anche prima, e senza bisogno di passare per
forza da quel tipo di esperienze lì."
Poi Vasco lancia uno sguardo languido verso i servizi.
"Sai cosa, che quando mi scappa la pipì io divento nervoso...
sai quella canzone di Paolo Conte che dice ...le donne a volte sai
sono scontrose, oppure devono fare la pipì? Ecco anch'io
sono così."
"Bartali."
"Sì, Bartali."
"Gran pensiero sulle donne, no? Lui se ne sta lì a bere
la birra e aspetta Bartali, e manda a cagare la donna."
"A volte è proprio così" dice il Blasco.
(…)
"Senti, Vasco. Le tue agiografie iniziano tutte col periodo
da deejay, poi via via il successo e tutto il resto. Quand'è
che ti sei accorto che per i ragazzi eri diventato Vasco Rossi,
una faccia da mettere su una maglietta?"
"Io mi sono accorto di essere arrivato quando ho scritto ‘Vita
spericolata’... Prima mi ero tolto delle belle soddisfazioni,
ma non erano ancora soddisfazioni come le volevo io... Con ‘Vita
spericolata’ ho detto: 'Cazzo, questa è veramente la
canzone della mia vita', ...mi piace un casino ...tutte le mie canzoni
sono belle, molto belle, me lo ha detto anche Red Ronnie stasera..."
"Una delle tue canzoni che preferisco è ‘Voglio
andare al mare’. Mi racconti come è nata?"
"‘Voglio andare al mare viene da una storia... aspetta
però, voglio dirti un'altra cosa. Con Vita spericolata io
godevo come un matto, avevo i soldi, il successo... non mi rendevo
bene conto... poi mi hanno arrestato, tanto per gradire... eeeh...
se mi hanno messo dentro evidentemente qualcosa di storto lo avevo
fatto... poi quando sono uscito ho avuto un po' di esaurimento nervoso,
che mi è durato due o tre anni, e lì ho iniziato a
maturare, a rendermi conto che tutto quello che avevo seminato nella
mente della gente aveva germogliato, e aveva anche messo radici
talmente grandi che io non ci potevo fare veramente un cazzo...
io ogni tanto poto un po' qua e là, ma poi i giornalisti
dicono che sono cambiato... per forza che sono cambiato... sono
diventato più bello... cosa vogliono da me...”
"Be', deve essere una grande soddisfazione vedere che il tuo
successo non diminuisce con pezzi meno duri... il tuo è un
successo di un'intera carriera, non solo di qualche brano fortunato..."
"Sì, ma davvero, me ne rendo conto solo da cinque o
sei anni."
Il cameriere porta gnocchi gorgorzola e noci.
Un tale filtra i fans e fa firmare autografi per procura.
Vasco riprende: "Voglio andare al mare ha una storia... abitavo
in via Porrettana, a Bologna, dopo l'arco del Meloncello... la conosci?".
"Ah, abito lì anch'io."
"Incredibile, ci ho vissuto quattro anni, gli anni più
belli, proprio.
"Era estate e noi facevamo centocinquanta concerti all'anno,
a volte per giorni di fila, grazie alle Feste dell'Unità
soprattutto. C'erano tre camere, in una ci stavo io, e nelle altre
Massimo Riva e Leo Persueder. Era un caldo bestiale, e noi a letto
con la chitarra... Dico a Massimo: facciamo un reggae, che in quell'anno
andava di moda il reggae, e lui ha iniziato e io cantavo sopra:
'voglio andare al mare', proprio perché era l'ultima cosa
che potevamo fare, murati a Bologna, con un caldo bestiale... e
il pezzo è nato così... volevo andare al mare a vedere
così... le tette nude... tutte nude..."
Enrico Brizzi
Nota:
Versione pubblicata su Comix dell’intervista di Enrico al
Blasco.
La versione originale è apparsa su ‘Mattino’,
supplemento bolognese de L’Unità la cui redazione ha
propiziato il primo nitroglicerinico incontro fra lo sbarbo Brizzi
e l’unica Rockstar della Nazione.

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