| «Il Messaggero»,
31 Dicembre 1998
CICCIO MAGONZA E IL TENERO EGISTO
Chi non conosce la storia dice: “Se li è
meritati”, oppure “Ha avuto il merito di provarci”.
Le classiche stronzate del giorno dopo.
Voglio dire, il Ciccio Magonza non ha fatto proprio niente per propiziare
la buona sorte. Parlo da amico, sia chiaro, ma proprio perché
sono amico e gli sono stato vicino nei momenti bui conosco per intero
la sua storia e ho il diritto di raccontarla.
Per cominciare, la settimana scorsa il Ciccio Magonza era sotto
di brutto.
Sotto la linea di galleggiamento col tenero Egisto, intendo.
Sotto col cash.
“Il totonero è soltanto psicologia”, sorrideva
il Ciccio Magonza alla faccia dell’ennesima vincita da sogno
soltanto sfiorata. “Devi capire in anticipo se il tale centravanti
si carica ad avere ottantamila persone che gli urlano contro, oppure
no. Devi sapere se gli allenatori nel loro subconscio desiderano
davvero vincere quella partita, o se ridurranno il rischio giocando
per il pareggio. Durante la settimana devi sondare l’animo
dei portieri e degli stopper per sapere se in campo scenderanno
tigri o gazzelle, navi pirata o lenti cargo da assaltare. È
facile, credimi. Se entri nel cervello dei ragazzi, è facile
regalarsi qualche milionata extra”.
Il Ciccio Magonza era un semplice, e con ogni evidenza non riusciva
a entrare nel cervello dei ragazzi.
Nel dubbio si avventurava a legare risultati fortemente improbabili:
pareggi della Sampdoria, doppiette di Sergio Conceiçao, venezie
e ternane che vincono in trasferta.
A metà del girone d’andata il Ciccio Magonza aveva
già perso per strada qualcosa come tre chili di cash, guadagnandosi
uno status symbol da lungo tempo inseguito: finalmente il tenero
Egisto gli accettava le puntate sulla parola. Bastava una telefonata,
capite? Non occorrevano più le sordide banconote. Adesso
il Ciccio Magonza era nel club nella psicologia pura, era diventato
un pensatore: pensa che ti pensa, s’era un poco sbilanciato
sulla pronta riscossa del Napoli in B, e per rientrare dei debiti
aveva caricato un paio di milioni sulla sconfitta del Parma al Castellani
di Empoli.
“Buono, Ciccio”, gli dicevo, “quello i soldi li
rivuole tutti in una volta”.
“Mi metto in pari e poi non gioco più”, cantilenava
il mio vecchio amico appena la settimana scorsa. “Rendo i
soldi a Egisto e la sera stessa cancello il suo numero dal cellulare”.
Vorrei concentrare la vostra attenzione sul fatto che più
gli davo buoni consigli, più Ciccio Magonza s’intestardiva
alla ricerca del topolino che partorisce la montagna, dei milioni
facili vinti con una puntata da cinquanta carte.
Poi, all’improvviso, il tenero Egisto si presentò al
bar, e tutti noi sapemmo che era finito il tempo delle gags. Servivano
i soldi, quarantadue saltellanti carte da cento, e servivano subito.
Così il Ciccio s’era rifugiato da una zia. Non usciva
neanche di notte. “Nè di giorno, né di notte.
Quello mi raddrizza la gobba a mazzate, maledetto me!”, gracchiava
al telefono, tostato dalla paranoia. “Ho bisogno di sigarette,
amico, e magari di qualche buon film… Non me la faresti una
visitina?”.
Natale era vicino, e mi faceva pena sentire il mio amico psicologo
in quello stato, nascosto come una bestiola del bosco.
Così martedì sono andato a trovarlo.
Gli ho portato una stecca di camel morbide, un paio di vhs con Tognazzi
e la Sandrelli, e un pezzetto di carta in cui credere.
La fottutissima straordinaria schedina del superenalotto di cui
hanno tanto parlato i giornali: ventidue tonnellate di cash fumante,
ventidue miliardi di poetiche lire, ventidue sogni grandi come il
sole di ferragosto.
Dov’è Ciccio Magonza adesso non lo sa nessuno, non
lo so nemmeno io che gli sono amico da sempre e, credetemi, son
contento per lui.
Se leggesse queste righe, in ogni caso, lo prego di farsi vivo.
O con me, ai miei soliti numeri, o magari direttamente col tenero
Egisto.
Glielo spieghi, che i quattro milioni e due non li deve esigere
da me.
Glielo spieghi, che non sono io il miliardario.
Glielo spieghi in quali immeritevoli mani è finita la schedina
che mi hanno visto giocare al bar.
© Enrico Brizzi 1998 per Il Messaggero.
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