| ©Enrico
Brizzi 2000 per Meridiani (Editrice Domus)
VISIONS OF BOLOGNA
Sono nato a metà del cinquantennio rosso
all’ombra delle mura di Bologna e tutto sommato penso mi abbia
fatto crescere bene, l’aria curiosa e tollerante di quella
che, tra il 1513 e l’Unità d’Italia è
stata, benchè godesse d’uno statuto di parziale autonomia,
la seconda città dello Stato della Chiesa.
Ho esaltato il nome e i colori della mia città, ne ho scritto
e parlato ché mi sembrava l’unico sfondo possibile
per le mie storie, ma della piccola patria abbarbicata alle pendici
dei colli per sfuggire l’abbraccio soffocante della pianura
padana riesco a distinguere -almeno credo- le contraddizioni.
Ha fatto discutere, negli ultimi mesi, il passaggio del municipio
da una sinistra efficientista che sgomberava i centri sociali (Fabbrika,
Isola Nel Kantiere, Pellerossa) a una destra casareccia e rassicurante,
che ha trovato consensi puntando sul tema della sicurezza, tanto
caro ai politici nazionali ma forse un po’ fuori luogo in
una città in cui il problema non ha mai preso dimensioni
davvero preoccupanti.
Più che la destra e la sinistra istituzionali, qui davvero
troppo simili tra loro per destare allarmi, quel che mi fa paura
è la velocità forsennata con cui la città sta
invecchiando: quand’ero bambino aveva mezzo milione d’abitanti,
ora stenta a raggiungere le quattrocentomila anime, e basta aggirarsi
a piedi sotto i portici del centro, o nei quartieri dell’immediata
periferia, per rendersi conto di quanto siano rare le carrozzine.
La città è troppo cara, e i giovani si trasferiscono
a Casalecchio, San Lazzaro e Castelmaggiore, mentre quarantamila
posti letto restano sfitti per la lungimirante volontà degli
affittacamere.
A volte sa farsi detestare, questa città che dell’ospitalità
offerta ai giovani di tutta Europa aveva fatto il suo punto di forza,
ed ora invece, come una madre impazzita, chiede ai suoi stessi figli
sempre più soldi pena la cacciata.
Sono altri i volti di Bologna in cui mi ritrovo, quello fiero dei
vecchi partigiani riuniti sulla soglia dei circoli anziani o nelle
botteghe di barbiere a chiacchierare in un dialetto che comprendo
e pure non so parlare granchè, e quello un po’ sperso
delle matricole punk arrivate di fresco da Cagliari e Cosenza come
in un libro di Silvia Ballestra. Conosco il vociante passeggio multietnico
di via Indipendenza, il corso che i Bolognesi non hanno mai amato,
e l’atmosfera paesana di certi angoli di quartiere un po’
isolati, dove tutti si conoscono per nome e il barista prende la
statura d’un aedo dell’antica Grecia.
Conosco i Bolognesi e la loro mancanza di formalismi, e so troppo
bene che l’anima felsinea non ha niente a che fare con l’immediata
offerta di sé cara alla gente del Sud ma è distante
mille miglia anche dalla diffidenza che affligge chi vive a Nord
del Grande Fiume.
Conosco la sensazione di camminare sotto i portici nelle diverse
stagioni, al riparo dalle intemperie e dalla canicola, e ho sotto
gli occhi il colpevole orrore architettonico di edifici come il
grattacielo di San Vitale e il Virgolone del Pilastro, ambedue costruiti
a ridosso della tangenziale negli anni in cui Bologna cresceva ancora.
Conosco la nebbia padana di novembre e i fumi da miraggio che s’alzano
dall’asfalto arroventato di via Saragozza quando, in agosto,
il quartiere si trasferisce in massa verso Milano Marittima e Riccione
e noi duri in grado di sfidare l’umidità cambogiana
e i quaranta gradi di temperatura restiamo a fare i conti con l’aria
immobile e le saracinesche sprangate dei locali.
Conosco la Bologna solare e quella notturna, la città vitale
e mariuola raccontata dalle matite di Andrea Pazienza (Pentothal,
Zanardi) e quella cupa del vizio e dei delitti di cui ci danno conto
le pagine di Marzaduri, Cacucci e Lucarelli.
Conosco il rito del caffé al bar, una sfogliata veloce alle
pagine locali del Resto del Carlino e due chiacchiere sull’ultima
partita della Fortitudo o dell’antiquo Bologna FC, ma è
dalla prospettiva cangiante e precaria del ciclista prima e del
vespista poi che ho imparato a conoscere la mia città cresciuta
nei secoli intorno alla via Emilia.
Conosco la Bologna dei quartieri e quella del centro storico, che
è uno dei più grandi d’Europa, e ancora nei
primissimi anni del Novecento era chiuso da mura massicce di cui
oggi ci restano alcuni tratti tra le porte Mascarella e San Donato,
al principio di via della Grada e a ridosso del Baraccano. Ci fu
una gran polemica tra i modernisti che le volevano abbattere e chi,
come il petroniano d’adozione Giosuè Carducci, pretendeva
restassero in piedi a ricordare i tempi gloriosi del libero Comune,
quando la città era una delle più popolose d’Europa.
L’ebbero vinta i primi, ma bastarono pochi decenni perchè
i Bolognesi si rendessero conto che, dal punto di vista dell’appeal
turistico, era stato segnato un clamoroso autogol. I negozianti
del centro lamentano da sempre uno scarso interesse del Comune sul
tema dei visitatori stranieri; solo negli ultimi anni si cominciano
a vedere torpedoni di turisti americani e giapponesi parcheggiati
ai margini di Piazza Nettuno, mentre non sono mai mancati sciami
di liceali nostrani nel periodo deputato alle gite scolastiche.
D’altro canto, a mandare in tilt la rete alberghiera bastano
i tradizionali appuntamenti del Motorshow e del Gran Premio di Imola,
o le innumerevoli fiere (tra le più seguite quelle dei cosmetici,
dell’edilizia, della tecnologia avanzata) che richiamano in
città migliaia di operatori. Va detto anche che il sistema
alberghiero cittadino sembra progettato più per le esigenze
del rappresentante di commercio cui verranno rimborsate le spese
di pernottamento che non per un turismo giovane e cheap.
Di solito i forestieri, di passaggio da queste parti prima di puntare
Firenze o la Laguna, si limitano a una passeggiata tra piazza Maggiore,
l’adiacente Piazza del Nettuno e le Due Torri, senza nemmeno
affrontare i gradini di quella degli Asinelli, dalla cui sommità
si domina la distesa diseguale di tetti rossi, simile a un mare
burrascoso di tegole. Di lassù si capisce in maniera indelebile
la raggiera di strade che, uscendo attraverso le antiche porte visibili
ancor oggi -ad eccezione di quelle dedicate a San Mamolo e Sant’Isaia-
lungo il circuito dei viali, mentre affacciandovi a settentrione,
nelle giornate terse potete vedere biancheggiare i contrafforti
delle Alpi. Quel che non si può più vedere è
la Bologna dei canali, oggi coperti, che avevano fatto della mia
città un’importante centro di commercio fluviale di
cui resta la memoria nel nome dei quartieri Porto e Navile -recente
la notizia della prossima apertura d’un percorso sotterraneo
lungo le rive del canale d’Aposa, le cui acque per secoli
hanno fornito energia agli opifici bolognesi- e nella scelta non
casuale del Nettuno come simbolo della città. Tra l’altro,
la celebre fontana del Giambologna sorgerebbe sull’omphalos
scelto dai lucumoni nel 1670 a.C. come centro energetico intorno
a cui erigere l’insediamento di Felsina, presto posta a capo
di una dodecapoli etrusca destinata ad essere spazzata via dalla
calata dei Celti che le posero nome Bona, Bononia per i Romani che
la ridussero a colonia nel 189 a.C.
Come vedete non mi sfuggono le nozioni principali della storia cittadina,
che ogni buon allievo delle elementari apprende gonfiando di fierezza
il giovane petto, ma una delle cose che preferisco di Bologna -spesso
mi confronto su questo tema con amici fiorentini, e le rispettive
esperienze son ben diverse- è il suo essere città
progressiva, non ancorata a un passato che per definizione è
fermo, fossile, immobile.
A Bologna non troverete i negozi di gadget con le balestre medioevali
tipo San Marino, e per mettere insieme un po’ di cartoline
che non rappresentino l’immancabile Nettuno e le sempiterne
Torri -a proposito, mentre scrivo queste righe apprendo che è
stata appena spacchettata, dopo lunghi lavori di restauro, la Garisenda,
e cioè la più bassa e inclinata delle due-, non basta
fermarsi alla prima tabaccheria.
Poca archeologia, insomma, almeno nel costume quotidiano e nell’economia,
per quanto le iniziative di Bologna 2000 comprendano almeno due
mostre assolutamente da vedere come quella sul Duecento e quella,
nei locali della pinacoteca, sulla via Emilia dai tempi degli Etruschi
al tramonto dell’Impero; il nostro vizio, o vezzo, se preferite,
è sempre stato quello di sentirci gli americani d’Italia,
come già aveva capito Guccini -lo incontrerete facilmente
all’Osteria Vito di via Musolesi dopo la mezzanotte- ai tempi
di ‘Tra la via Emilia e il West’. Ci piace da sempre
la musica americana, passione che ancor oggi attraversa le generazioni:
per una Doctor Dixie Jazz Band composta da veterani che volentieri
aprono le porte della cantina in cui suonano a chiunque bussi, ci
sono decine di giovani band che affollano le sale prove comunali
-gratuite e richiestissime- facendo tremare i vetri con le cover
dei Rage Against The Machine.
E certo non potrete dire d’essere stati davvero a Bologna
se non provate a respirare almeno un poco l’atmosfera dell’università,
dall’aria oziosa di piazza Verdi, dove partivano le manifestazioni
nel ‘77, alle fertili riunioni di aspiranti giornalisti, scrittori,
musicisti e -tempora currunt- webmasters d’assalto. E poi,
ancora una volta, la musica, i concerti rock, ska e punk alla vecchia
Scandellara, al Covo di via Zagabria, al Candilejas e al Made in
Bo.
E i prati del Frigò, nel cuore dei colli, assiepati di ragazzi
in fuga dalla calura estiva desiderosi di ballare un poco e dimenticare
le preoccupazioni?
E il concerto sempre sognato dei Clash in Piazza Maggiore, quando
avevo appena sei anni e ancora non conoscevo né il cantato
rauco di Joe Strummer né il suono della Telecaster?
E la magia d’una radiolina appoggiata su un davanzale che
manda il reggae per le vie deserte del Ghetto, forse l’angolo
più magico di Bologna, quello in cui t’aspetti da un
momento all’altro d’incontrare monsieur Corto Maltese?
E?
©Enrico Brizzi 2000 per Meridiani (Editrice
Domus)
È piuttosto nota la basilica di San
Petronio, in Piazza Maggiore, cui è sempre andata tutta la
devozione cittadina a scapito della Cattedrale di San Pietro, sostenuta
dai vari cardinali legati che si sono succeduti a rappresentare
l’autorità temporale dei papi, ma dal mio punto di
vista non si può assolutamente trascurare una visita al complesso
delle Sette Chiese in Piazza Santo Stefano, probabilmente la più
bella della città, né meritano minore attenzione la
chiesa gotica di San Francesco e quella di San Domenico. Si trovano
tutte a poche centinaia di metri dall’asse di via Ugo Bassi
e via Rizzoli, che sono poi i nomi assegnati a tratti successivi
della via Emilia all’interno della città. Per intenderci,
se vi accontentate di vederle da fuori le potete includere tutte
in una pedalata di mezz’ora con partenza dalla stazione, ma
fossi in voi farei una sosta per dare un’occhiata dentro la
Chiesa di San Domenico, già sede dell’Inquisizione.
Qui si trova un imperdibile gruppo scultoreo di Niccolò Dall’Arca,
con le donne disperate per la morte di Cristo rese in maniera così
realistica da far montare un’angoscia vera nell’animo
dello spettatore, mentre all’esterno, così come dietro
l’abside di San Francesco, si alzano su colonne sottili i
seplocri dei glossatori, termine con cui vengono indicati i grandi
maestri di giurisprudenza dello Studium che la tradizione vuole
attivo fin dal 1088. Se posso darvi un consiglio, sulla strada del
ritorno evitate il traffico e perdetevi nel dedalo di viuzze che
si inseguono tra via Rizzoli e via Augusto Righi: scoprirete che
le torri a Bologna sono ben più di due (anticamente, si dice,
svettavano in più di cento, ognuna eretta da una diversa
famiglia con intenti non ancora del tutto chiari. C’è
chi parla di semplici status symbol, chi avanza ipotesi legate all’esoterismo
e alla magia).

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