| «FRAME»,
numero 1, ottobre 2003
DUE VOLTE LIBERTA’
Ci sono determinate settimane, prima che la canicola
estiva scenda a stringere la sua morsa sui tetti della città,
in cui il cielo si mostra sgombro e intriso di luce, capace di sovrastare
con adatta maestà la distesa diseguale di tegole e abbaini
che offre riparo agli abitanti della città e alla ruota quotidiana
delle loro opere.
In quelle settimane, spingendo sui pedali lungo il pavé di
via Urbana, puoi stupire per un soffio di brezza che porta con se’odore
di fiori, oppure cantare a mezza voce la strofa di una canzone che
conosci fin dai tempi del liceo.
Sotto la fuga d’archi del portico scorgi comitive di studentesse
dalle spalle scoperte, commessi fieri delle proprie camicie dai
colletti a punta e coppie di anziani che procedono a rilento, accompagnati
e spinti avanti dalla stessa consuetudine che li porta, di tanto
in tanto, a scambiare sottovoce parole d’amore.
Pensi agli anziani e al tesoro di cui ognuno di loro è modesto
custode.
Pensi a tutto quello che potrebbero raccontare, se solo trovassi
la voglia di arrestare l’incedere tenace della bicicletta
attraverso il cuore della città.
Gli anni dei balilla e l’atterrita stagione della guerra;
i regolamenti di conti e la pacificazione; il boom economico, l’eco
delle bombe neofasciste, la città trasformata in campo di
battaglia da frotte di studenti testacalda dei quali non si comprendeva
il linguaggio fatto di desideri.
In bocca agli anziani il passato della città raffredda e
prende forma, così come prende una forma alternativa –una
forma che se ne infischia, delle divisioni amministrative- la stessa
geografia: il Bitone, la Croce del Biacco e la Pescarola sono entità
che tornano a indicare qualcosa di certo e vero, come certe e vere
erano le greggi di case nelle quali, prima che l’eco del boom
propagasse la colata di cemento lungo le direttrici delle strade
maestre, già dimoravano gli uomini e l’umana capacità
di nominare.
Se qualcuno ti domanda dove sei cresciuto, rispondi che sei cresciuto
all’ombra del Meloncello, a due passi dal grande catino di
mattoni rossi che un tempo ospitava, proprio sotto le gradinate,
le lucide autopompe dei Vigili del Fuoco.
Per la nostra libertà –la libertà di vivere
in pace e dare alle cose il proprio nome- ha combattuto la generazione
degli anziani, ai tempi della Resistenza, mentre i ragazzi extracomunitari
che solcano le vie del centro offrendo rose ai passanti, be’,
loro sono chiamati a guadagnarlo giorno dopo giorno, il diritto
di chiamare un posto la propria casa.
In accelerazione lungo la pista di pavé, ti auguri che un
giorno la geografia popolare e non-scritta della città diventi
un patrimonio cui possono attingere anche i ragazzi che offrono
le rose e i loro figli, e i figli dei verdurai pakistani, delle
colf slave ed etiopi, e tutti i figli che la città saprà
accogliere, qualunque sia il suono, nella loro lingua, della parola
‘pane’.
Conoscere il passato della città, ti dici, è il primo
passo per riuscire a sottomettersi al suo Genio e, forti di quell’abbandono,
imparare a fiutarne il vero destino.
Non può essere cinto da fosche mura, egoismi di corporazione
o criminali anelli di tangenziali-sud, il destino di una città
che ha sempre tratto forza dal fatto di rappresentare un punto d’incontro
per le genti.
Un porto lontano dal mare.
Questo era e vuole continuare a essere Bologna.
Due volte Libertà, hanno scritto gli antenati sullo stemma
cittadino.
E se il destino si specchia nel passato, allora tutto l’azzurro
che si vede in cielo, forse è l’azzurro di un mare
più grande, e gli spioventi dei tetti orlati dal continuo
delle grondaie devono essere le sue miti sponde.
Senza smettere di stringere il manubrio, imbocchi l’asse sgombro
di via Indipendenza, e con pochi colpi di pedale ti ritrovi a filare
sulla forza dell’abbrivio, i capelli resi simili a un cesto
di bisce per effetto della straordinaria velocità.
Scendi incontro alla lunga schiena d’asfalto del ponte di
Galliera e la prima quinta di palazzi della Bolognina, resi netti
nei colori della luce del tramonto.
Mormori un saluto, sfrecciando al cospetto del monumento dedicato
all’italiano più grande, e di sbieco scorgi l’imboccatura
della grande distesa deserta di Piazza Otto Agosto.
Tutte le volte che l’hai vista fitta di tende, nei giorni
di mercato, e le volte che invece era colma di bandiere, rabbia
sacrosanta e gioia di ritrovarsi moltitudine.
Le giornate nelle quali i Bolognesi conoscono lo sdegno e trovano
il coraggio di sollevarsi contro un tiranno.
Fioriscono di lapidi, i muri di periferia, e sono nomi di ragazzi
uccisi a diciotto anni, nomi di ragazzi uccisi a venti.
Non li chiamavano eroi, la mattina in cui li trascinavano a morire.
Li chiamavano banditi e ribelli, ma è stato il loro sangue,
e non quello degli assassini, a fecondare questa terra.
Così, sorridendo in modo sommesso, ti domandi quale aspetto
può avere, il Paradiso, per i ragazzi i cui nomi si stagliano
sul bianco delle lapidi; quale aspetto per le vittime innocenti
della stazione e per tutti gli uomini giusti che uno Stato ambiguo
ha lasciato morire.
Ti domandi queste cose e poi, mentre una rondine traccia la sua
traiettoria a ottovolante contro l’aperto del cielo, pensi
al prezzo che si paga, per scrivere due volte Libertà sullo
stemma cittadino.
Enrico Brizzi 2003

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