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IL ROMANZO
GHOST TRACKS
1- Presentazione interna alla casa editrice
Non è semplice spiegare a tua moglie che hai deciso di traversare il Paese a piedi da un mare all’altro.
Diciamo che è un buon test per il tuo matrimonio.
Se lei è la donna giusta capirà, o fingerà di capire, e non ti s’attaccherà alle ginocchia piangendo.
Così puoi spendere un paio di settimane a mettere insieme la squadra d’amici che s’alterneranno al tuo fianco, procurarti le mappe e disegnare un itinerario che, dalla costa maremmana, unisca tutti i sentieri a disposizione che portano verso l’Amiata. Poco importa se ci sono da fare dei rccordi su asfalto, o altri non segnati attraverso i campi. Non esiste uno steccato che non si possa aggirare, e la piramide del vecchio vulcano coperto d’alberi a un certo punto apparirà a guidarti.
Parti con tuo fratello, due zaini da sherpa aggrappati alle spalle come enormi scimmie, e con la ferrovia raggiungi la stazione di Orbetello scalo, sospesa fra il doppio specchio della laguna e le colline dell’entroterra. Affidate le vostre anime e cominciate a camminare. Un passo dopo l’altro, come sapete fare da sempre. Puntate la cima più alta dell’Argentario, questo promontorio che un tempo era un’isola, e da lassù, circondati dall’immensità del Tirreno, vi riempite il cuore di buoni propositi. È abbastanza facile e consueto, dalla cima dei monti.
Poi scendete di nuovo schiacciati al livello del mare, percorrete la lingua di terra del tombolo, sospesa fra la laguna e il mare aperto, e cominciate a guadagnare strada sotto il sole, verso un rosario di paesi e frazioni disseminati fra campi e frutteti.
Cominciano gli incontri, e in tutto quell’aperto ogni uomo e ogni donna finiscono per raccontarvi un brandello della propria storia.
Al terzo giorno di marcia raggiungete Saturnia sotto un cielo che pare di bronzo; potete fare il bagno alle cascate, e in quell’odore penetrante di zolfo mascherare i vostri volti con la creta bianca che si raccoglie a piene mani sul fondo del fiume. Ormai la fatica fa parte del vostro marciare insieme, e siete come consacrati all’impresa.
Risalite per due giorni l’alta valle dell’Albegna. Primi boschi. Caprioli, cinghiali, voci di lupi liberi. Nelle radure fioriscono spontanee le orchidee. Le case si fanno più rade, vi fermate a ogni frazione per domandare da bere e ormai siete rassegnati ad apparire gente sospetta. A Triana c’è un castello che non si può visitare e una fontana. Comincia a piovere, vi rifugiate in una rimessa. Una vecchia vi offre delle frittelle e spiega la strada per Santa Fiora.
Seguite il sentiero del versante meridionale dell’Amiata sotto una specie di uragano. Abeti cadono sotto i fulmini. Scendete su Abbadia San Salvatore, piantate la tenda vicino all’abbazia sollevati come i pellegrini medioevali.
Il sesto giorno di marcia seguite i diverticoli della via Francigena fino a Radicofani. Terre spopolate, i maiali neri pascolano liberi. Ormai non sentite più la fatica, ma i piedi cominciano a riempirsi di vesciche.
Traversate la Val d’Orcia, vi portate a Sarteano, Cetona, Chiusi. È l’ottavo giorno di marcia e tuo fratello deve rientrare in città. Come da solenne giuramento, l’amico noto come “il Vietnamita” ti raggiunge l’indomani alla stazione di Chiusi e ripartite insieme verso l’Umbria.
Tappe semplici si trasformano in tormenti, se i piedi sono coperti di piaghe e vesciche, e fermarsi un giorno non servirebbe a niente. Serve curarsi ogni sera e ogni mattina, mentre sotto la veranda della tenda arde il fuoco azzurrino del campingaz e l’odore di caffè solubile arriva ad annunciarti che anche oggi sei ancora vivo. “Non verbis sed herbis redeunt in corpora vires” dicevano gli antichi, e anche noi camminatori d’oggi abbiamo a disposizione un buon campionario di medicamenti naturali per non appesantire l’organismo con prodotti chimici. Camminerai finché le piaghe non si cureranno, e le vesciche si trasformeranno in calli più in fretta di quanto tu possa credere.
Insieme all’amico noto come “il Vietnamita” traversate l’anfiteatro di colline a sud del Trasimeno, vi perdete una dozzina di volte per via dei pali della segnaletica mancanti o abbattuti dai bracconieri, e in qualche modo, neri come il carbone, all’undicesimo pomeriggio di viaggio raggiungete l’antica e nobile città di Perugia.
È l’unico grande centro che toccherete, è la metà del viaggio e potete rifugiarvi a casa del vostro amico free lance Galerio V.
Anche lui lascia una ragazza a casa per unirsi al drappello, e in tre riprendete la strada verso Assisi.
È strano passare così tanti giorni lontani dalle donne, e quando appaiono, specie se portano uno zaino in spalla e sembrano comprendere quel che vi ha spinti lontano da casa, irrompono nel tempo quieto della marcia come apparizioni fiammeggianti, capaci di rimettere in discussione quasi tutto quello che sapevi prima di partire.Ora sai di preciso dove stai andando, ed è il posto ai piedi del Conero dove, meno di un anno fa, hai passato con tua moglie la prima notte di nozze. Sarà là ad aspettarti, e ora la seconda parte del tuo viaggio sembra un ritorno fitto di sorprese.
Percorrete a ritroso il tragitto dell’ultimo viaggio di San Francesco fra le balze del Subasio, dormite presso una rocca devastata dalle artiglierie quasi cinque secoli fa e mai più ricostruita, e da Nocera Umbra attaccate la dorsale appenninica fino a un valico percorribile solo a piedi, vicino all’epicentro del terremoto che quasi dieci anni fa ha raso al suolo molte frazioni disperse.
Allora vi si spalancano sotto le prime valli marchigiane, e ormai l’acqua dei torrenti va a gettarsi nei fiumi che sfociano in Adriatico.
Quando cominciate di nuovo a incontrare paesi, vi scambiano per scout sbandati, per ladri di polli, per gente che cerca lavoro nei campi.
Dormite presso paesi chiamati Casaluna, Cuccagna, Osterianuova. Nei boschi cinghiali a non finire e spari dei bracconieri. Sul monte di Crispiero, tentando di raggiungere la chiesa rupestre di Sant’Eustachio, trovate il sentiero interrotto da una frana e il buio vi sorprende ancora lungo la strada del ritorno. Giacigli di fortuna: rifugi, angoli nascosti di proprietà, radure mimetizzate fra le ginestre.
Di tre restate due, e diventa impegnativo arrivare in tempo all’appuntamento con il Quinto Uomo.
Però in qualche modo ci arrivate, e anche dopo trecento chilometri di marcia e diciotto notti fuori di casa la strada non ha finito di riservarvi i suoi colpi di scena.
A piedi è difficile scappare, e una volta piantata la tenda diventa quasi impossibile. È come fondare ogni sera una città minuscola, e una volta fondata serve difenderla.
Il Quinto Uomo non è un vero camminatore, per questo gli hai riservato il tratto più facile, ma si batte come una tigre, e a forza di medicazioni, racconti introspettivi e micidiali frecce scoccate al cuore del Futuro, arrivate a vedere i campi di grano che affacciano sul mare, e il cerchio del tuo viaggio pare richiudersi in qualcosa di fiammeggiante e adatto a contenere tutte le storie dei tuoi amici e delle persone che vi hanno offerto da mangiare, oppure un sorso d’acqua.
2- Episodio tagliato dal capitolo IX
È una località di poche case, esposta al vento teso che risale l’aperto della valle; siete partiti da un paio d’ore, e il Vietnamita, deposto lo zaino, si inginocchia sul poco d’erba davanti a una casa sprangata. “È tempo degli esercizi consigliati dal dottore” sorride. Si scioglie le spalle, finge di nuotare, poi si prostra fronte a terra e esegue con cura i suoi salamelecchi.
Mentre il tuo amico si dà da fare, tu puoi scrutare la catena di colline che corre a sud del Trasimeno, stendere la kompass e credere di riconoscere un paio di paesi addossati a mezza costa.
“Sono fastidi che mi porto dietro dall’epoca delle superiori” dice il Vietnamita. È sempre in ginocchio, le mani sui fianchi. “Non è normale” scuote la testa “guadagnare venti centimetri di statura nello spazio di un anno scolastico”.
“Prima però” dici “non ti era mai capitato niente di serio”.
“Prima erano solo fastidi” dice lui. “Sei mesi fa, invece, ho temuto sul serio di restare paralizzato”.
“Paralizzato” dici tu. “Ti sei preso un bello spavento”.
“Paralizzato. Lo so cosa significa. Sei a letto e non riesci a scendere da solo”.
“D’accordo” dici. È in forma ed è felice di essere qui, ma è ancora carico di tutte le tensioni che si è lasciato dietro le spalle. Lo capisci dalla voce, da come appaiono contratti i muscoli della mascella. “Non volevo minimizzare”, dici mentre si rialza in piedi. “Deve essere stato spaventoso”.
“Pensavo non avrei camminato più” dice lui. “È stato un guaio improvviso, di quelli che lasciano addosso il timore”.
“Invece” dici tu “sei già in pista un’altra volta”.
Inforcate da capo gli zaini, prendete a scendere sottovento lungo una sterrata e i talloni ti fanno male ogni volta che li appoggi.
“Era il primo giorno delle ferie di Natale” dice il Vietnamita. “Pranzo con mia madre, guardiamo il telegiornale e verso le due mi metto sul letto”. Siete soli, in mezzo alla campagna e lui vuole raccontare da capo il suo incidente. Se può servire a rilassarlo, tu l’ascolterai di nuovo.
“Penso un po’ ai regali da comprare e al nuovo lavoro che mi piace sempre meno. Per un po’ dormo, e quando mi sveglio ho caldo e, paralizzato o no, non riesco a muovermi. Cioè, arrivo a spostare le braccia e i piedi, ma se provo a mettermi a sedere il corpo non risponde. Come se, in qualche modo, mi avessero versato del piombo dentro la maledetta colonna vertebrale. Da morire di paura. Così mi metto a chiamare mia madre, ma per quanto gridi non arriva nessuno. ‘Sarà uscita per i regali’ mi dico, ‘adesso mi metto buono ad aspettare che torni’. Solo che mia madre non torna e io comincio ad avere paura di essermi beccato qualcosa di raro e fulminante. Tipo un virus che comincia a paralizzarti la schiena e, se non intervengono in fretta con l’antidoto, piano piano smetti di respirare. ‘Devo chiamare l’ambulanza’, mi dico. ‘Se è un virus, è l’unica cosa sensata’. Soffro come una bestia, per calarmi oltre il bordo del letto, ma alla fine riesco in qualche modo a scivolare schiena a terra. Così mi spingo con i piedi lungo il pavimento, striscio a quel modo fino al mobile del telefono. Il cuore mi va all’impazzata per effetto dell’ansia, e devo aspettare di sentirmi meglio prima di issarmi a sedere, allungare un braccio verso il ricevitore e chiamare il numero delle emergenze ”.
A fondovalle, il percorso della ferrovia è una cicatrice candida che riaffiora fra i campi, rimarginata solo a tratti dal fitto dei rovi che arrivano a lambire la massicciata.
“Alla fine, però, non era mica un virus” consideri. “Solo una forma grave di colpo della strega”.
“Ascolta. In ospedale stabiliscono che ho questa infiammazione alle vertebre lombari. Infiammazione acuta. Mi trattengono fino alla vigilia, iniettando quel che c’è da iniettare per rimettermi in piedi. Sono stato dimesso giusto in tempo per il cenone e, da allora, tutte le settimane sono andato dal doc per la fisioterapia. Non vorrei sembrare una specie di sopravvissuto, ma è stata una convalescenza lunga sei mesi”.
Le rondini volano basse sui campi battuti dal vento che gira di continuo; ombre azzurre che squittiscono di gola i loro avvertimenti indecifrabili.



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