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IL ROMANZO
LEGGI L’INTRO
"Ma adesso eri sposato. Eri sposato da quindici mesi, e avevi un figlio.
Avevi un figlio, e con tua moglie una serie di cose cominciavano a perdere quota.
Avevate vissuto insieme tre anni, prima di sposarvi, ma adesso quella stessa ragazza non si ricordava più tanto bene chi eri, e pure con il lavoro le cose non procedevano a meraviglia.
Era un mondo molto piccolo, quello del tuo lavoro, e lo era ancora di più da quando era arrivato il bambino. La stanza in cui lavoravi era adesso la sua cameretta, e tu eri ormai confinato, col computer e il po’ di libri che vi trovavano spazio, in quello che prima insieme a Dina chiamavate “il ripostiglio grande”.
Era un ambiente appena meno angusto del ventre dell’armadio a muro che presidiava il corridoio, e ogni volta che volevi fumare dovevi abbandonare la postazione e trasferirti sul balconcino del soggiorno.
Con i tuoi guadagni dei vent’anni avevi comprato una casa spaziosa, e gli amici di allora erano i primi a stupirsi, misurando insieme a te il poco tempo che era servito per trasformare quella casa nella filiale di un negozio di giocattoli.
In ogni caso, come padre ti sentivi uno schianto. Portavi Malcolm a spasso per il quartiere, imbragato nel marsupio a bretelle. Gli insegnavi i nomi degli alberi, i nomi degli animali. Una volta a casa, i vecchi Mano Negra in sottofondo, potevi accennare a un assurdo passo o due di danza e riuscivi sempre a farlo ridere.
Prima che arrivasse il bambino, alle otto e mezzo tua moglie usciva per andare in ufficio, e tu potevi restare a lavorare in pace, padrone del tuo tempo come a vent’anni.
Ora invece gli orari erano stabiliti dal piccolo Malcolm, tua moglie era in casa tutto il giorno, e appena lasciavi libero il computer frequentava i forum internet dedicati alle nuove mamme. Avevi imparato a temerli, perché le frequentatrici dei forum si convincevano a vicenda di baggianate colossali. Ad esempio, che era opportuno allattare i piccoli fino ai tre anni di età. Per non traumatizzarli. Per non fare di loro, una volta adulti, dei frustrati violenti.
C’erano frequentatrici vegetariane sui forum internet, c’erano frequentatrici vegane, e tutte concordavano sul fatto che i pannolini di stoffa erano di gran lunga più graditi dei pampers alla pelle del tuo bambino. Erano pannolini fabbricati in cotone biologico, sbiancato senza l’impiego di cloro, e ti arrivavano a casa pagando con la carta di credito direttamente alla pagina emporio del sito per le nuove mamme.
Lo stenditoio campeggiava notte e giorno in salotto e, ogni volta che la lavatrice finiva il lavoro, serviva scuoterli uno a uno per srotolarne i bordi, sfilare il tessuto interno e affrontare con pazienza il piccolo groviglio dei legacci.
Erano sei mesi che andava avanti a quel modo.
Tua moglie non si ricordava più chi eri, ma nel nuovo delirio operativo che sembrava animarla, nutriva il piccolo, lo portava al parco due volte al giorno e si prendeva cura di lui in tutti i modi.
La amavi, per questo, e ti stupivi di come fosse brava a decifrare le richieste del bambino, a calmarlo quando scoppiava a piangere nel cuore della notte. Ti stupivi ogni volta, ma alla fine la trovavi una faccenda molto naturale. Era lei, la mamma, e ci restavi male quando ti faceva pesare che Malcolm, con te, non si trovava altrettanto bene.
Dina aveva cominciato a confondersi mentre la riportavi a casa in macchina dall’ospedale, con Malcolm sui sedili posteriori, adagiato per la prima volta nel guscio di plastica da bebé.
Prima di andarli a prendere, avevi impiegato una quarantina di minuti per assicurare il benedetto guscio alle cinture dei sedili, e quand’eri arrivato all’ospedale tua moglie era già stata dimessa e ti aspettava giù di corda nella sala d’aspetto riservata ai parenti.
Aveva detto che non eri capace di prenderti cura di nessuno, ma tu eri troppo distratto dal piccolo per farci caso sul serio.
Lungo il tragitto verso casa avevi guidato prudente come una suora, ma Dina sosteneva che stavi troppo sulla destra. A un certo punto t’aveva persino accusato di prendere apposta le buche dell’asfalto.
Due giorni prima l’avevi vista partorire il piccolo, con tutto quello che era accaduto nelle ore senza tempo in cui vi avevano separati. Un’infermiera l’aveva fatta accomodare su una sedia a rotelle per portarla in sala-travaglio, fra le ragazze spossate dalle contrazioni. Ce n’era una che implorava di morire, e a te non era rimasto che aspettare in corridoio, interrogando dalla finestra le fronde mute dei grandi alberi che facevano ala all’edificio del reparto.
Poteva accadere qualunque cosa oltre le ante del portone antipanico, nel posto dove l’infermiera aveva condotto tua moglie, e tu restavi lì fuori come un uomo senz’ombra, ad aspettare di conoscere il vostro destino.
Se c’era un modo per propiziare le cose, non lo conoscevi.
Ricordavi delle preghiere e le avevi ripetute fra te, ma non era un modo per propiziare niente, solo una preparazione per arrivare più mansueto al momento in cui tutto sarebbe stato chiaro.
Poi il portone si era socchiuso, l’infermiera aveva messo la testa fuori e aveva chiesto se eri tu il marito di Dina G. «Si sbrighi» aveva detto, sprigionando la smorfia d’un sorriso, o qualcosa, che aveva a fondamento una certa urgenza addomesticata solo in parte dalla routine. «Sua moglie c’è quasi», e tu avevi fatto il gesto di precipitarti all’interno, ma prima di lasciarti vedere Dina l’infermiera ti aveva obbligato a indossare una specie di mantella di carta color menta, guanti color menta e sovrascarpe.
Adesso non si sentiva più nessuno che implorava di morire. Si sentiva il pianto d’un piccolino, e tu credevi fosse tuo figlio.
Ti tremavano le mani, l’infermiera ti aveva aiutato a chiudere la mantella, e sottobraccio come in questura, ti aveva portato di fronte all’ingresso della sala-parto.
Dentro c’era Dina. Ti aspettavi di trovarla sdraiata, e ti sei stupito di vederla in piedi a gambe larghe, aggrappata alla sponda regolabile del lettino, che gemeva piegata in avanti.
Di fianco a lei, un’ostetrica le poggiava una mano sulla spalla e provava ad aiutarla a governare la respirazione. «Quando arriva la prossima, prova a soffiare fuori l’aria. Capito, Dina?» La incoraggiava come un’amica. «Se fai come hanno insegnato al corso, va tutto bene».
«Non l’ho fatto, il corso» aveva considerato tua moglie con voce stravolta, e tu avevi camminato senza peso fino ai piedi del letto per vederla in faccia.
«È arrivato, il colpevole» aveva detto l’ostetrica, ma Dina non ti aveva guardato subito.
«Fa un gran male», aveva detto con un filo di voce. I suoi occhi erano pieni di lacrime e aveva le guance tirate.
L’ostetrica era una donna di quarant’anni, con una gran testa di riccioli mori, ed era l’unica persona al mondo che potesse aiutarvi. «Sei bravissima» l’incoraggiava carezzandola, «e il bambino sta per arrivare».
«Vieni qui» aveva detto tua moglie, «abbracciami le spalle, se vuoi».
Allora eri andato dietro di lei. Eri andato dietro di lei, e l’ostetrica ti aveva spiegato come fare per non opprimerla.
Eravate vicinissimi, e anche quando il corpo di Dina si irrigidiva e la sentivi soffiare più forte, l’ostetrica restava calma e tu continuavi a massaggiare le spalle di tua moglie.
Dina era andata avanti così per un’ora, mentre gli intervalli fra una contrazione e l’altra si accorciavano, a spingere a quel modo, in piedi a gambe larghe contro il lettino, e a te pareva di essere il testimone in mantella color menta di una magia preistorica.
Poi il dolore si era fatto troppo forte, l’ostetrica aveva aiutato Dina a sdraiarsi, e tu guardando tua moglie su quel lettino le avevi voluto bene molto più di quanto sapevi, fin lì, di avere voluto bene a qualcuno.
Avevi avuto paura che se ne andasse, che non riuscisse davvero a far nascere il bambino, e avevi implorato di andartene tu, al loro posto.
Per un tempo senza tempo ti eri sentito nudo e derubato della voce, distrutto di non poter aiutare tua moglie, ma poi Malcolm era arrivato, bagnato come un uccellino e sbalordito di ritrovarsi nelle mani dell’ostetrica.
La donna che l’aveva tratto dal ventre di tua moglie gli stava dicendo che era bellissimo, e il piccolo rispondeva a gridolini, sporgendosi verso il suo viso per capire cosa volesse di preciso.
L’ostetrica l’aveva mostrato sorridendo a tua moglie, e mentre la meraviglia accadeva, tu l’avevi preso in braccio per la prima volta.
L’avevi preso in braccio, e mentre seguivi l’infermiera verso la nursery non ti importava nulla di quanto potesse pesare. Ti premeva solo che lo vestissero in fretta, e guardando le sue mani minuscole hai pensato che adesso, fra tua moglie e te, c’era qualcosa che nessuno avrebbe potuto mai cancellare.
Il giorno in cui li avevi condotti a casa dall’ospedale avevi preparato una piccola festa d’accoglienza, appeso un fiocco azzurro al portone del palazzo e comprato una bottiglia di champagne per festeggiare insieme a tua moglie. Dina, però, non era stata contenta della festa e non era stata contenta di vedere lo champagne.
Era giù di corda per via che eri arrivato in ritardo, e ti aveva detto che eri un irresponsabile, a proporle di bere alcool. Allattava otto volte al giorno, e più insistevi che si trattava solo di bagnarsi le labbra in onore di vostro figlio, più lei pareva averla con te.
Sono trascorsi sei mesi da allora, sei mesi nei quali tua moglie ha fatto in tempo a trasformarsi in una persona molto diversa dalla ragazza che conoscevi.
Alla fine è una donna di soli trent’anni, e ti fa rabbia pensare che, fino a poco tempo fa, sapeva stare al gioco e tirare tardi in compagnia
Ma anche tu non sei esattamente quello di prima.
Passi le giornate fra l’ex ’ripostiglio grande’, con il computer e le carte che servono al tuo lavoro, e il balconcino del soggiorno, dove ancora puoi fumare senza che tua moglie protesti.
Sei pieno di rabbia compressa, ti senti sfruttato e tenuto lontano dalle decisioni che riguardano tuo figlio.
Quando arriva il finesettimana, poi, la cupezza del tuo umore non ha niente da invidiare alle atmosfere dei Joy Division.
Non si parte quasi più con gli amici più urbanizzati e mods verso qualche stadio dal nome leggendario.
E neppure si riesce a rintanarsi come ai vecchi tempi nel rustico del buon Luther, per mettere mano alle Fender e fare un po’ gli asini ad alto volume.
Arrivano da ogni dove, i cugini di quinto e sesto grado che ancora non hanno fatto in tempo a conoscere Malcolm, e tu sei obbligato a farti trovare al tuo posto. Ti vogliono imbalsamato e sorridente e, se non vuoi deluderli, è meglio simulare uno sbalordimento senza fine per la sorpresa di ritrovarti padre.
Devi fumare il migliore tabacco aromatizzato, quando si avvicina il finesettimana, per sopportare l’idea delle gradinate che si riempiranno senza di te.
Ti arriva l’eco via mail e via sms, della barandana che va avanti lo stesso anche se tu non ci sei.
Sono migliaia, ormai, i concerti imperdibili dei quali hai avuto notizia solo dopo, e la domenica, sul balconcino dell’ex appartamento spazioso, fumi una sigaretta olandese dopo l’altra, fin dal mattino. Ti offuschi per convincerti che va tutto bene, e farti trovare pronto quando lo scampanio elettrificato annuncerà che i cugini di quinto e sesto grado si trovano già alla porta. A quel punto sarà troppo tardi per tentare la fuga, e non resterà che soffocare il mozzicone nella terra dei gerani, trovare il flaconcino azzurro del collirio e sbrigarsi ad aprire.
In cambio d’un pupazzo o una scatola di duplo, i cugini di quinto e sesto grado vorranno bere il tè e costringeranno Malcolm a vestire i panni dell’attore da cucciolo: lo applaudiranno perché agita un sonaglio, e lo chiameranno per nome solo per catturarne l’espressione sorpresa, rubargli un po’ d’anima con il minuscolo obiettivo digitale incorporato al Nokia.
Non lasciano crescere in pace Malcolm, lo studiano per decidere da chi ha preso il colore dei capelli, oppure il disegno delle labbra.
Alla fine non capisci come facciano a dire che somiglia a te, visto che nessuno, qui, ricorda più chi sei.
Una notte hai sognato che la fortuna tornava a sorriderti.
Nel sogno Malcolm aveva dieci anni e la testa carica di capelli, ma tua moglie era identica alla ragazza che avevi conosciuto all’inizio. Abitavate in una casa piena di luce, circondata dal verde, e tu passavi le giornate in una grande stanza dal pavimento d’assi.
Nella stanza c’era posto per tutti i tuoi libri, e potevi seguire in pace i progetti che ti appassionavano; ricordi l’odore del legno piallato da poche stagioni, il profumo dell’erba tenera, giù in giardino, che entrava dall’orbita della grande finestra sotto la quale trovava posto il tuo tavolo da lavoro.
A metà del pomeriggio, prendevi Malcolm con te e lo portavi a camminare lungo sentieri che si inoltravano nell’aperto, verso le colline.
A volte anche tua moglie vi accompagnava, ma spesso andavate soli, come faceva tuo padre con te quando ancora tuo fratello era troppo giovane per seguirvi.
Nel sogno insegnavi a Malcolm come si scelgono i sassi per preparare un buon fuoco di bivacco, lo aiutavi a costruire la piccola capanna di rami necessaria ad alimentare la fiamma giovane.
Ti chiamava “babbo”, e poiché era un ragazzino intelligente, faceva un sacco di domande.
Gli piaceva sentirti raccontare di quando, insieme a tuo fratello e gli amici, lasciavate la città sicurissimi di trovarla, al ritorno, perfettamente identica, e partivate a piedi verso qualche posto lontano.
Nel sogno, raccontavi a Malcolm di ogni cosa. Le riunioni intorno a una carta in scala uno a cinquantamila; i preparativi, l’acquisto delle provviste e la paura di non farcela; la tenda arrotolata nello zaino e il genere di timore e felicità che, il giorno della partenza, vi guidava verso l’appuntamento.
Potevi spiegare al ragazzino il significato di espressioni come ’rompere il fiato’ o ’aprire la strada’, raccontare di quando col buon Luther, ai tempi del ginnasio, scendevate dalla littorina a Molino del Pallone per esplorare i boschi della dorsale; o di quando avete deciso di raggiungere Cervia a piedi, e il riverbero del sole a specchio sulle saline, dopo cinque giorni di marcia, per poco non vi faceva svenire a un tiro di voce dall’arrivo.
Malcolm domandava quanti giorni servivano per raggiungere Firenze, e tu gli spiegavi che seguendo i segnavia gialli della Via degli Dei ne bastavano cinque, mentre per arrivare fino a Roma avrebbe dovuto contare almeno trenta tappe.
Eri felice di spiegare al ragazzino tutto quello che sapevi sull’antica arte del viaggiare a piedi, e di come i camminatori dovevano considerarsi tutti fratelli nella fatica.
Gli raccontavi senza censure che, in nome del progresso, luoghi meravigliosi erano stati spogliati di ogni bellezza, ma ti raccomandavi che non desse mai retta ai vecchi, quando dicevano che in giro non ne restava più.
E poi, mentre rientravate a casa attraverso i prati, nella luce nitida che precede il crepuscolo, Malcolm chiedeva di raccontargli daccapo di quando avevi raggiunto la costa del Tirreno per traversare a piedi, da mare a mare, l’immenso ponte di coperta della penisola".



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