«Corriere
della Sera», 29 novembre 1999 BRIZZI,
UNO STILE NON SEMPRE IMPECCABILE
di Giovanni Pacchiano
È scontato che, dopo la prova d’esordio
e il riscontro del successo, un giovane narratore faccia fatica a identificare
la via da seguire per il futuro, col pericolo di cadere nello scimmiottamento
di sé o nella forzosa apertura a tutti i costi di nuove prospettive.
Nel caso di Enrico Brizzi, al quarto romanzo in cinque anni e dopo non
poche oscillazioni di percorso, è meno scontato che tale ricerca
non appaia in qualche modo approdata a un suo centro. Perché, nonostante
la non indifferente mole del suo ultimo libro, il risultato non c’è.
Opaco di una sua avvolgente e spessa opacità, inconcludente, divagante,
prolisso, l’«Elogio di Oscar Firmian e del suo impeccabile
stile» sembrerebbe puntar alto, guardando – come ci dice il
risvolto di copertina – al «romanzo internazionale»
e risultando «gremito di fatti», «di viaggi e interrogazioni
e dubbi». Tant’è, a volersene convincere. Senonché,
di questo libro da piccola provincia compiaciuta della propria verbosità
– altro che «romanzo internazionale»! – non prende
la storia dei due giovani protagonisti. L’uno, il giornalista e
cacciatore di celebrità Oscar Firmian, specializzato in clamorosi
libri-intervista; l’altro, il suo agente e amico Gabrio Spichisi,
voce narrante della vicenda, ingenuo e malizioso biografo dei «memorabilia»
dell’amico. L’ultimo compito – e finanziariamente ghiottosissimo
– dei due: rintracciare (e far parlare) il mitico Evander Deltoid,
leader del famoso gruppo rock dei «Normals», misteriosamente
scomparso nel nulla. Il tentativo fallisce (sarà qualcun altro
a riuscirci...) ma, in cambio, Oscar incontrerà l’amore.
Da chiedersi perché tanta enfasi e tanto manierismo nello stile
di Brizzi; con una processione di cliché di scrittura: dal vocativo
«avvertiti lettori» – con la variante «miei avvertiti»,
reiterato nel corso della trama –, all’aggettivazione magniloquente:
«oneste parole», «oneste boutique», «onesti
vaffanculo» (sic)... Per raccontare una storia «con intensità
e grazia», «servono gli strumenti», ci ricorda con calore
un personaggio di Brizzi. Idem per riconoscere che «è degna
d’essere raccontata» e per «smascherare l’autocompiacimento».
Già, servono gli strumenti. |