«Espresso», 20 gennaio 2000

OVVIO, DUNQUE SONO

di Angelo Guglielmi


Questo ultimo romanzo di Enrico Brizzi è una prova sociologicamente interessante e letterariamente povera. E sociologicamente interessante perché denuncia (denuncerebbe) la voglia dei giovani d’oggi di fare con la vita nichilistica e strappata, fatta di droga e di musica a spasmi, e recuperare un livello di nornialità, rappresentato dall’abbandono di inutili impazienze, l’acquietamento in un lavoro, il bisogno di una famiglia, con moglie e figli. Che è proprio questo che accade al protagonista (Oscar Firmian)del romanzo, che se per le prime 200 pagine si mostra scontroso e ribelle, poi nelle ultime cento si trasforma in amichevole, generoso, disponibile, innamorato, geloso e finalmente marito e padre felice (di cinque figli).
Ma il recupero della normalità, se inseguito conformisticamente al di là di un percorso individuale drammatico, costa e costa caro (letterariamente)! Intanto una verbosità stancante (il romanzo supera le 300 pagine) povera di fatti capaci di rivelarci realtà sconosciute (i trip rocchettari dei ragazzi di oggi sono noti da tempo) e priva di slanci visionari; e poi una sentenziosità stucchevole («il nostro parlare è come albero... la domanda è allora... a quale suolo s’afferrano le radici dell’albero, per darci il modo di esistere, per consentire alla poesia di essere poesia, alle nostre domande di domandare»); infine una lingua sfinita, con cadute in poeticismi facili e epicità immeritate. Che strano tipo (e suggestionabile) è Brizzi: dopo lo straordinario “Jack”, un bruto (cannibalesco) “Bastogne”, un interessante “Tre ragazzi immaginari” e poi quest’ultimo che è un po’ una resa all’ovvio. All’ovvio della scrittura, dei pensieri e dei sentimenti.