«L’Immaginazione»,
n.164, gennaio 2000 Pollice
recto/pollice verso
UMILE CRONISTA
di Renato Barilli
Buone notizie dall’officina personale di Enrico
Brizzi, che forse, con la sua quarta prova, il romanzo Elogio di Oscar
firmian e del suo impeccabile stile, ha ottenuto il risultato ad oggi
più equilibrato e felice, superando taluni scompensi gravanti sulle
opere precedenti.
C’era stato l’iniziale Jack Frusciante è uscito dal
gruppo, un miracolo per felicità e leggerezza di stile, che però
rischiava di esaurirsi, appunto, nella freschezza dei materiali recati
di prima mano, mentre stentava ad imbastire “storie”, motivi
di trama. Poi, con aspro contrappasso, era venuto il durissimo Bastogne,
dove i deliziosi adolescenti di vita erano stati indotti a divenire efferati
teppisti, pronti ai delitti più violenti; era subentrato il motivo
perturbatore del “cannibalismo”, con la sua pressione a scoprire
e praticare all’improvviso atmosfere “nere”. Poi, ancora,
Brizzi era rientrato nei panni giusti, con Tre ragazzi Immaginari, ma
ritrovando anche il carattere provvisorio e non strutturato di scene di
vita prive di sostanziosi noccioli tematici.
Ora invece un nocciolo del genere c’è, anche se per fortuna
tenuto nella tonalità giusta, così da non prevaricare sulla
cronaca di tutti i giorni e la deliziosa registrazione che Brizzi sa darne.
C’è anche un’utile divaricazione di protagonisti, in
quanto chi ci parla in prima persona è un eroe secondario e dimidiato,
tale Gabrio spichisi, che riserva a sé un ruolo di spalla, quasi
da scudiero, da Sancho Panza della situazione, nei confronti di un eroe
di primo grado, capriccioso e incoerente, come si conviene ai geni in
erba. Notiamo che una simile gerarchia interna fra i protagonisti non
è affatto una novità, nel mondo di Brizzi, ma quasi una
costante, dato che la sua prima incarnazione, il “vecchio Alex”
dell’opera prima, si prosternava pieno di ammirazione ai piedi di
un collega più maturo, e quindi anche più ribaldo, Martino,
mentre in Bastogne compariva addirittura un genio del male nella persona
di Cousin Jerry.
Questo accorgimento di un punto di vista dal basso consentte al narratore
di dare profondità e mistero al protagonista effettivo della storia,
rendendolo alquanto sfuggente e imprendibile. Che cosa pensa, che cosa
vuole, dove sta con la testa, questo Oscar firmina, di cui l’amico
del cuore è pronto a dire un gran bene, costi quel che costi? Non
è infatti che Oscar Firmian si prefigga scopi sublimi; la sua intellettualità,
pur sottile e incalzante, sembra accontentarsi di mezzucci, come sarebbe
quello di avvicinare qualche personaggio alla moda e di strappargli un’intervista,
da pubblicare poi con grande successo di scandalo.
Dopo qualche intervista “strappata” quasi per scaldarsi i
muscoli alla grande impresa, questa si profila a Firmian allorché
il Grande Editore gli prospetta la possibilità di reperire un celebre
cantante rock, Evander Deltoid, misteriosamente scomparso nel nulla, forse
suicida, o forse solo ritiratosi a esistenza privata. Ricevute le direttive
deld ispotico Editore, sia Firmian che il suo fedele scudiero sono poi
liberi di muoversi alla ricerca della loro preda, cosa che fanno in modi
nuovamente liberi, informi, assai poco professionali. Anche perché,
in realtà, essi inseguono un obiettivo minore, quello di contattare,
intanto, semplicemente un collaboratore del mitico Deltoid, il pesce piccolo
che dovrebbe portarli in presenza della preda finale. Tuttavia la loro
ricerca, che si svolge sui canali di Amsterdam, non dà frutti tangibili,
porta anzi a un evidente insusccesso, anche perché i due si muovono
da segugi approssimativi e pasticcioni.
E allora non resta che rituffarsi nel delizioso anche se incosistente
e rarefatto universo della bohéme giovanile, tanto che Firmian
rimette in piedi una vecchia relazione sentimentale con una esistenza
parallela, la giovane scrittrice Martina Superchi. Ma scatta a questo
punto un buon colpo di scena, una opportuna invenzione di trama, in quanto
si verrà a scoprire che Martina, lei sì ce l’ha fatta,
a contattare davvero lo sfuggente Deltoid, e sta per dare alla stampa
la fortunata intervista con l’idolo dei teenagers. Tanto che Firmian
è preso da un accesso di “cattivismo”, così
da meditare seriamente di sottrarre la tanto agogata intervista all’amica
del cuore. Ma poi no, Brizzi si accetta nella parte di “buonista”,
non forza i toni del racconto, lascia che le cose si mettano a posto nel
migiore dei modi. O mglio, l’Editore lui sì sale in cielo,
perché forse è presenza troppo dura e impegnativa, per questo
nostro mondo terreno; mentre Firmian incassa l’onta inflitta al
suo orgoglio dallo scoprire che la compagna e collega è stata più
brava di lui, lo ha battuto sul fronte dell’intraprendenza e del
successo. Quanto al narrante, egli ha già accettato in partenza
di essere solo l’umile cronista di questi scontri incrociati, e
non si sottrae al compito di chiuderli nel segno di un lieto fine.
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