«Gazzetta
di Parma», 14 novembre 1999 Lo
scrittore bolognese è in libreria con «Elogio di Oscar Firmian
e del suo impeccabile stile»
IL ROCKER È USCITO DAL GRUPPO
Enrico Brizzi cambia musica e si perde in una caccia impossibile
di Stefano Lecchini
Gli piace scrivere, a Enrico Brizzi. È questo
il guaio. Potrebbe tirar via romanzi da cento, centocinquanta pagine,
e invece s’abbandona alla scrittura. Sano esercizio, non si discute.
Ma quanto fruttifero, è imbarazzante stabilire. Con tutto che «Tre
ragazzi immaginari», il libro uscito l’anno scorso, non era
quella schifezza che molti hanno creduto. «Frusciante» sarà
pure irripetibile – ma almeno. rispetto a «Bastogne»,
in «Tre ragazzi» si notava la ricerca di una voce: adescata
dalle sirene di un romanticismo adolescente moribondo, ma per questo ben
decisa ad intraprendere il suo passo oltre la soglia della maturità.
A qualche sbavatura, sembrava far riscontro quantomeno una certa serietà
dell’impegno. Nonché la volontà di farla breve. Aveva
venticinque anni, quella voce: sparargli addosso non sarà stato
un po’ eccessivo? Brutta bestia il successo – ci vuoi del
genio a ottenerne il perdono...
Ora, in questo nuovo romanzo (Elogio di Oscar Firmian e del suo impeccabile
stile, Baldini & Castoldi), ci si aspetterebbe che il passo fatale
oltre l’adolescenza fosse stato definitivamente compiuto. Anche
perché chi narra è un agente letterario ultratrentenne,
Gabrio Spichisi, che tiene bordone al più grande giornalista del
mondo, Oscar Firmian, nelle sue imprese, sempre e comunque coronate dal
successo, di cacciatore di interviste impossibili (e il libro èappunto
la narrazione di una di queste cacce: preda resa appetita dal vertiginoso
compenso promesso dall’editore, il «guitar hero» Evander
Deltoid – un Kurt Cobain però capace di reagire al nichilismo
a suon di musica –, di cui, da qualche tempo, non v’è
traccia, e non è agevole, proprio non torna pensarlo suicidato).
Attesa mal riposta. Brizzi la mena, fa i capricci. La storia del rocker
scomparso ci mette 300 pagine a risolverla. Sarebbe niente se il libro
filasse via spedito verso la naturale (e molto edificante) conclusione.
E invece no, si pianta. Parentesi pletoriche a bizzeffe (per dirne una
e solo una, la bio dettagliatissima del rocker ce la poteva proprio risparmiare,
non sai né a chi né a cosa giovi). Caratteri che sono figurine
appena tratteggiate, da favoletta pop alla Max Gazzé. Città
(tra)sfigurate in una stessa poltiglia fantastica. Impervi neologismi
(«ansiogenante», «guizzativo», «insaporitore»…),
che stridono come unghie su lavagna dentro una prosa tutt’al contrario
sorprendentemente omologata. Deliqui pseudosentimentali come la lunga
tirata-omaggio ai Normals di Deltoid, qui attribuita a una giovane scrittrice
di cui Oscar si innamora… Altri gratuiti omaggi, en travesti, a
Vasco Rossi e Massimino Riva (bruciato la scorsa primavera da overdose):
ammicchi indispensabili soltanto fino a domattina... Piace, questo romanzo,
quando si lascia scorrere sul ritmo necessario degli eventi: il che, come
si è detto, avviene ben di rado...
Tornando a bomba. Smaltita la delicata e contagiosa irresponsabilità
dell’esordio, lo scrittore bolognese ora boccheggia dentro un limbo
che rischia di non convincere nessuno: se l’inventiva lessicale
(ed espressiva toutcourt) pare abbondantemente rifluita, viceversa il
fruitore più tradizionale si sentirà spiazzato dai vezzi
e tic formali (iterazioni, apostrofi al lettore, falsetti enfatici...)
seminati senza molta cognizione sulla pagina.
Va benissimo che il principio-resistenza cui il libro si richiama trovi
il proprio fondamento nella musica (nel rock, che è dispendio «generoso»
di energia e, appunto, resistenza) – ma il modo in cui si incarna
negli snodi della trama è un po’ posticcio. e non c’è
molto di più: qualche piacevole riferimento all’estetica
mod (piastrelle ska, vecchie Lambrette etc.), e qualche aggettivo felicemente
sghembo...
Si rimpiange, oltre a «Jack Frusciante», lo stesso «Tre
ragazzi morti» – la sua acerba e tuttavia encomiabile ricerca
di una lingua che sapesse volteggiare in elegia sulle ceneri dei propri
diciott’anni. Ma. come si è detto a proposito di Rocco Fortunato,
non basta lasciarsi indietro la propria adolescenza, per raggiungere –
di colpo – la maturità.
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