«Tuttolibri»
supplemento «La Stampa», 20 novembre 1999 VITA-MORTE-MIRACOLI:
SULL’ALTARE DI BRIZZI
LA BEATIFICAZIONE DELL’ATTUALITÀ PIÙ FRIVOLA
di Sergio Pent
Il risvolto di copertina ci avvisa che questo nuovo
libro di Brizzi è bello. E per tutto il resto della presentazione
ci sottopone a un rapido giro d’orizzonte di esaltazioni che sembrano
volersi trincerare dietro ogni possibile critica o controversia: dalle
mire «internazionali» dell’autore al concetto ribadito
del suo magnifico talento, fino ai ringraziamento devoto al giovane Brizzi
che ci porge – di grazia – «questo suo dono non fasullo»,
tirando «i1 faticoso carretto del nostro stesso domandare intorno
alle cose che innanzitutto ci riguardano».
Dopo questa sviolinata già l’impulso di fare le pulci sulle
cadute o sulle deficienze del lavoro bussa impellente. Memore del precedente
romanzo di Brizzi, che sembrava segnare col passaporto di una deprimente
illeggibilità il decesso delle sue ispirazioni giovani e giovanilistiche,
ci auguravamo piuttosto un sano periodo di stallo in cui le innegabili
capacità affabulatorie istintive del «ragazzo folgorato da
improvviso successo» attendessero la boa di un diverso e meno urgente
bisogno di raccontare.
Invece Brizzi torna alla carica, con una storia di per sé interlocutoria
– pur sempre legata a tematiche giovanil-trendy – che, con
felice sorpresa, abbiamo in buona parte apprezzato. I tentativi di eternizzare
le mitologie contemporanee sembrano un nuovo punto di riferimento dei
narratori under 40: dai mondi sberluccicanti dei Mc Inerney e Easton Ellis
a questi intrallazzi mediatici dell’editoria di consumo grottescamente
dipinti da Brizzi, assistiamo alla beatificazione dell’attualità
più frivola come unica componente di una realtà che della
frivolezza sta facendo una ragion d’essere. Si può sentirsi
vivi anche riflettendosi nel successo altrui, dalle vertiginose top-model
ai guru della pseudo-letteratura da supermercato. E allora ci risulta
simpatica, nel suo disincanto, la figura di questo – ovviamente
giovanissimo – Oscar Firmian, che col fiuto e il disimpegno di certe
nuove leve s’inventa l’arte del furto d’autore, intervistando
personaggi-simbolo del suo tempo e mettendone in piazza vita-morte-miracoli,
nascosto dietro lo pseudonimo dell’avvicinatore «Prometeus».
Identità celata per convenienza, successo a nove zeri condiviso
col modesto narratore-agente Gabrio Spichisi, che con lui gestisce una
sorte tanto improvvisa quanto luminosa. Ma le ricerche del mitico Evander
Deltoid, leader carismatico del gruppo rock dei «Normals»,
dato per morto dal tam-tam massmediatico, si rivelano un buco nell’acqua.
Il più grosso editore nazionale ha concupito Oscar, ma la caccia
a Deltoid – che arriva fino ad Amsterdam e al suo fido padre spirituale
Cassius Parusha – non risolve alcun mistero. L’incontro con
la scrittrice di successo Martina Superchi – ovviamente giovanissima
– mette in gioco i sentimenti di Oscar, che si mimetizza ancora
dietro una fasulla professione di mercante d’arte. Il colpo di scena
che esclude il nostro «Prometeus» dall’ossessiva ricerca
di Deltoid è una trovata ben azzeccata da parte di Brizzi, che
risolve poi la storia su connotazioni quasi epocali, rimettendo a posto
ogni tassello come un bonario Dickens aggiornato ai tempi del successo
mordi e fuggi.
In sostanza è una vicenda tangenziale nel percorso di Brizzi, che
ci mette ancora di fronte alla sua abilità strutturale di autore
che – almeno per il prossimo decennio – dovrà giustificare
l’enorme successo del suo primo romanzo. L’analisi del mondo
grifagno dei venditori di boom mediatici e degli spacciatori di bufale
è dipinto con indovinate movenze giovanil-fumettistiche. I protagonisti
sono quasi tutti appena oltre i calzoni corti e già padroni di
successi planetari, come se le carriere meno veloci non fossero più
contemplate, ma tant’è. Diremo piuttosto che Brizzi dovrebbe
forse superare il giovanilismo esasperato per tentare uno sguardo meno
casuale su realtà più concrete e dolenti, possedendone la
capacità e l’intuito. Diremo che questa storia nata per il
piacere di raccontare svolge benissimo la sua funzione, anche perché
non sono poi molti gli scrittori che sanno portare avanti una vicenda
in modo incalzante, ma anche lineare e piacevole. Diremo però che
«il faticoso carretto del nostro domandare» è altrove
rivolto e che gli scoop sull’eventuale sorte di qualsiasi vip del
nostro pianeta vippeggiante li lasciamo al loro posto, tra le pagine esaltate
dei rotocalchi. Brizzi ha scritto una simpatica storia di astrazioni generazionali,
e tanto basta. La professione di oracolo di fine millennio che gli attribuiscono
non gli si addice e – ci auguriamo – forse nemmeno lo interessa.
|