PERCORSI DI LETTURA
Enrico Palandri
Pier e la generazione
editori Laterza

Di Enrico Brizzi, luglio 2005

È raggelante constatare che fra poco saranno trascorsi vent’anni dalla prima e unica ricognizione articolata sul mondo della scrittura giovanile in Italia: Giovani Blues, il primo volume del progetto Under 25 a cura di Pier Vittorio Tondelli, fece la sua apparizione in libreria nel 1986 per i tipi della marchigiana Il lavoro editoriale - Transeuropa.

Tondelli nei suoi consigli agli aspiranti autori raccomandava di allontanarsi da una letterarietà troppo scolastica e fare riferimento piuttosto all’autenticità del linguaggio parlato.

Si esprimerebbe ancora in questi termini, oggi che il cosiddetto italiano standard si inabissa sempre di più, lontano anni luce da modelli anche lontanamente letterari? O piuttosto, come ci piace credere, sferzerebbe le coscienze dei più giovani spronandoli a coltivare la propria passione attingendo a modelli più selezionati? Forse Tondelli inorridirebbe, a constatare che persino la provinciale autenticità dei dialoghi fra tossici, deejay e militari in ferma volontaria è oggi inquinata dallo stesso lessico scollato dal pensiero di cui fanno sfoggio, ognuno con il suo stile, il Maresciallo Rocca, i giovani calciatori di Campioni e l’ineffabile Costantino.

Quanto alla letterarietà che si respirava a scuola nel 1986, a sentire un esperto come l’insegnante pessimista Marco Lodoli,  fra i banchi di oggi non ne resterebbe traccia, perlomeno nelle periferie della Capitale.

Così rassicurati sulle sorti del Linguaggio, possiamo accostarci alla lettura dell’ultimissimo libro dedicato alla figura di PVT: Pier. Tondelli e la generazione si fa notare sugli scaffali per il ritratto in stile neo-rupestre dello scrittore correggese che campeggia in copertina. Solo in un secondo momento ci rendiamo conto di avere per le mani un libro della collana Contromano Laterza. E serve ancora un istante per realizzare che l’autore è Enrico Palandri, quell’Enrico Palandri che ieri scrisse Boccalone e oggi - ci informa la bandella - insegna fra Ca' Foscari e un noto College di Londra.

Il tentativo di una ricognizione sulle sorti della pattuglia nota come “nuovi autori degli Anni Ottanta” è doveroso ed encomiabile, anche se il coinvolgimento personale dell’autoesiliato Palandri lascia un dubbio di fondo sull’equità dell’operazione.

Leggiamo e ci rendiamo conto che Boccalone, nelle pagine di Pier, è citato quasi quanto Altri Libertini: più che un omaggio a PVT, il cui ritratto neo-rupestre in copertina assume sempre di più le sembianze d’un pretesto, il volume è un tentativo di stabilire affinità e divergenze fra il compagno Tondelli e noi, dove noi saremmo: Palandri, Palandri, Palandri, Van Straten, Veronesi e (però meno) Piersanti e Del Giudice. Ai capitoli che rievocano i bei tempi di Bologna prima e durante il ‘77,  gli anni ‘80 e il percorso della rivista Panta, resoconti sinceri di una generazione “insorta e subito sconfitta”, fanno da contraltare brani supponenti in cui si stabilisce chi siano i tondelliani da designare per nome e cognome e quelli da citare en passant, come “gli amici bolognesi e marchigiani di Transeuropa”.

Altre tassonomie autenticamente damsiane emergono, e in un certo senso mancano solo i quadrati semiotici: abbiamo il Tondelli delle partenze VS il Tondelli degli arrivi, i tondelliani di destra VS i tondelliani di sinistra.

Sembra che Palandri, fra le pagine di Pier, provi un piacere perverso nel dividere ciò che la natura ha unito.

La generosità di Tondelli, che anziché trasferirsi a Parigi o a Londra bevve fino in fondo il calice degli anni Ottanta italiani offrendo una sponda a tanti giovani carbonari della scrittura, non è cantata con altrettanto piacere da Palandri, che preferisce rimuovere dalla bibliografia la monumentale opera a cofanetti Tondelliana, il penultimo sforzo critico rivolto al lavoro di PVT (coordinato da Massimo Canalini e pubblicato a puntate per lo storico marchio Transeuropa, lo stesso dei volumi di Under 25): la dimenticanza non impedisce a Palandri di rispondere indirettamente a chi si rivolge al Tondelli cristiano, "convertito negli ultimi mesi di vita" secondo l’autore, a lungo catechista a Correggio nella realtà.

Da un autore che definisce se stesso “un eretico” ci aspettavamo meno tensione normativa e più generosità nel riconoscere i meriti dell’unico talent scout volontario nell’Italia di vent’anni fa (Ballestra, Culicchia, Romagnoli e tanti altri ringraziano).

A chi, oltre ai compagni di strada ormai professori, può far comodo ridimensionare la carica rivoluzionaria  - e davvero eretica, in quanto devianza consapevole e sofferta da un’ortodossia conosciuta e praticata in prima persona - di un autore scomparso da quasi quindici anni che in esergo prendeva in prestito le parole di Joe Jackson per travestirsi da innocuo entertainer?

Chi avrebbe da guadagnare, dalla iconizzazione solo-trasgressiva e solo-omosex di un autore che è stato prima d’ogni altra cosa un formidabile Zelig della scrittura e un agent provocateur deciso a ridicolizzare Babilonia sul suo stesso terreno?

Nulla ci dice Palandri sulla ormai evidente tematizzazione delle teorie di un ultraeretico come René Girard (fra le letture dell’epoca damsiana si limita a citare i soliti strutturalisti) nella narrativa di Tondelli, così come continua ad avvalorare la leggenda per grulli del sequestro dell’opera prima “richiesto da alcuni cittadini”.

Oggi che persone vicine a Tondelli per una vita hanno raccontato l’essenziale, è tardi per chiudere il recinto: a differenza di Palandri possiamo dire di avere più certezze che dubbi sul peso dell’opera di PVT, e se ci sono questioni che restano aperte hanno a che fare con il mistero che pervade i romanzi, il mimetismo dell’autore e i signicati meta-letterari del suo lavoro.

Spenderne il nome in copertina per ridurlo a uno scrittore “della sua epoca”, o paragonarlo ghignando a Tolstoj come fa l’(ex?) eretico Palandri, è crudele e ingeneroso.

Testo pubblicato su Il Foglio. © Enrico Brizzi 2005