«Avvenire»,
24 maggio 2003
E BRIZZI SCOPRE L’ESOTISMO
ALLA SALGARI
di Giuseppe Bonura
Vorremmo per prima cosa fare i complimenti a Enrico Brizzi, che dopo
il successo del grazioso e fittizio Jack Frusciante è uscitodal
gruppo (ma il film è ancora peggio) ha scritto romanzi
sempre più ambiziosi. Nessuno dei quali, però, ha
raggiunto il pur fragile livello del primo. Tuttavia in un giovane le
ambizioni sono sempre un buon segno, specie se tendono ad aprire nuovi
territori alla scrittura. Brizzi poteva sfrutrare il successo iniziale.
Invece si è rimesso in gioco, e ha rischiato sul piano dello
stile e dei temi. Non ce l’ha fatta, è vero, ma a noi
piacciono i giovani che osano sfidare i propri limiti e non si attestano
su posizioni già conquistate. Forse le prove poco convincenti
di Brizzi non sono tutte imputabili a lui. Intendiamo dire che, a nostro
discutibile parere, gli è capitato un infortunio che ci sembra
emblematico di tutta una generazione di trentenni: cioè i
suoi errori sono stati adulati da una critica miope e per giunta
giovanilistica, che credendo di stare dietro alle mode non
si avvede di nuocere ai giovani. Questa critica somiglia alla
cosiddetta indulgenza delle madri, che anziché correggere
i figli viziati li viziano sempre di più, spingendoli verso
una adolescenza nevrotica e una maturità infantile.
Non ci riferiamo
solo a Brizzi. Molti scrittori della sua età (intorno
ai trenta) Soni) stati vezzeggiati e lisciati da quella critica
complice, e hanno finito per produrre opere afosforiche. Potremmo
fare molti nomi, ma non è il caso di insistere.
Il nuovo libro di
Brizzi ha intenzioni molto alte, cioè è ambiziosissimo.
Il romanzo si intitola Razorama. E noi crediamo che
l’autore bolognese si sia cimentato in un vero “tour de force” spargendo
a piene mani termini marinari esatti e descrivendo con minuzia la
variegata e lussureggiante natura delle isole africane in cui si
svolge la tragica vicenda. Lo stesso Salgari non avrebbe potuto fare
meglio.
Ancora complimenti.
Il romanzo pero è tutt’altro che salgariano. E (diciamo
così) marinaresco-mondano, insomma da film di successo. Ma il
libro non regge. Per tanti motivi. Diciamo intanto che Razorama è un’isola
dell’Oceano Indiano (se abbiamo ben capito, ma non è importante).
A bordo di uno stupendo catamarano due coppie si avviano verso l’isola,
partendo dal Kenya. C’è Marcel, il miliardario proprietario
del catamarano, che dovrebbe sposare una ereditiera dell’isola.
C’è il suo amico Bruno, un pittore promettente. C’è Sheila,
una parigina colta e bella, e c’è la bellissima mulatta
Valentine. Si scopre che Marcel è un pazzo da manicomio criminale
e per giunta morfinomane, uccide Valentine e vorrebbe uccidere
anche Bruno. Le pagine su questa pazzia omicida sono assai intense
e a tratti persuasive. Ma a rovinare tutto, Brizzi si mette a raccontare
un’altra storia romanzesca che, anche se ha dei nessi con
la prima, risulta marginale e prolissa. E purtroppo la prolissità di
questo romanzo catamaranesco è la nota predominante,
senza contare le molte strizzatine d’occhio ad altri romanzi esotici.
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