«Gazzetta del Sud», 17 giugno 2003
È UNA STRANA PARTITA CON NAUFRAGIO FINALE
di Giuseppe Amoroso

Potente e veloce, in sospensione sull’Oceano, il lussuoso catamarano Saint-Just ha l’aria di un «predatore immenso e in pace». La sua mole bianca sembra «incorporare lo spazio del mare e del cielocomeun suono che sidistende inun accordo di cui potresti, all’inizio, provare timore». Dotata di ogni comfort, la splendida imbarcazione fa rotta dal Kenya al Madagascar con a bordo due coppie di giovani, Bruno, Valentine, Marcel e Sheila. È una bella vacanza, al termine della quale Marcel è atteso dalla promessa sposa Pauline, figlia del candidato dell’opposizione alle elezioni presidenziali dell’isola.
Calmo, il mare nella sua trasparenza è lo scenario di un viaggio che si presenta leggero, come staccato dal tempo, immemore nell’andare attutito di suoni, parole, gesti promossi, a prima vista, da un nulla che non cela misteri, non indica incognite tenebrose. Eppure pensieri vaganti, anche sollevati da fantasmi del passato, insidiano la fragile tregua dei personaggi di Razorama di Enrico Brizzi, un romanzo dall’apparente superficie laccata, illustrativa, ma percorso da un senso di smarrimento, da incertezze quasi impalpabili, trascorrenti dietro una vetrina di azioni minime, informazioni mescolate da un sostegno di verità, da un brio d’avventura. A poco a poco, un soffio dopo l’altro, i rapporti tra i quattro si intensificano, ma pure, in un gioco di contrasti, denunciano increspature, intrecci più complessi, legami meno lineari.
Invischiata in una «strana partita», con alle spalle «macerie» e «frantumi», Sheila continua ad amare Bruno, conosciuto anni prima a Parigi, e a sognare per lui un avvenire sicuro di pittore. Ricco e disinibito, Marcel invita i compagni ad assumere droga e trova il destro, fra i fumi dell’alcol, che lo rende «cupo e smorto e grigio», come in quel momento è il cielo, di parlare dell’amore, lamentandosi di essere «sulla china della vecchiaia», e di avvertire il «deserto abissale» che gli «abita la testa». Dal canto suo, Valentine, la più giovane, pronuncia discorsi «puliti, nitidi», dai quali emerge la figura del fratello Rodrigo che vive nel cuore del Madagascar gestendo un locale di villeggiatura in perfetta armonia con gli abitanti del luogo. Crescono le conversazioni, le tensioni si tendono, si placano, riprendono vigore sotto un cielo nuovamente sereno che sembra poter essere guardato una volta sola. Un che di caduco, effimero, annuncio di «tempesta», vaga dalla natura a quelle voci che parlano e si ascoltano in uno stupore metafisico, mentre il Saint-Just scivola morbido fin nel profondo delle valli d’acqua. Ma si trova anche sull’orlo di una «catastrofe» quando Marcel cede alla follia. E ora il mare è «tenebre, canto selvaggio e abisso di bestie d’acqua». Intorno all’uomo delirante è solo un mulinare di «rottami di frasi», si confonde ogni confine tra realtà e visione, ogni cosa è «ibridata». Esplode il dramma e il mare porta via il corpo di Valentine.
Nel frattempo, inviato da un grande magazine per un servizio sulle vacanze, giunge all’aeroporto della capitale del Madagascar il giornalista Claudio Clerici: atteso dal giovane Adriano, che gli fa da guida, attraversa su un fuoristrada il formicolio della città, costeggiando costruzioni degradate, tristi come le cose «venute su senza un mondo, estorte alla disperazione e non ricavate da un dono». E poi eccolo per campi sconfinati e colline, locande e vicoli di altri centri, fino alle duecento capanne di Razorama, dove Rodrigo gravemente malato vede avanzare su una lettiga lo spettro di se stesso. Intorno, un silenzio d’ombra spegne persino i rumori delle foglie cadenti.
Il rimescolio frenetico di forme, la caduta della logica dei fatti suscitano uno stato di obnubilamento, di ipnosi a cui le azioni si piegano come a una forza incontrollabile: la pagina risulta satura di umori, sensazioni vaghe, premonizioni. Nello «scrigno del nulla», dove la sua vita si serra, Rodrigo apprende da uno sciamano la morte della sorella. Brizzi guarda nel paesaggio i riflessi della gigantesca macchina di finzioni messa in atto; vede un’ombra sterminata, simile a cenere, imporre ovunque il suo dominio. Lontano, gli «uncini radianti» delle nuvole si richiudono, spinti dal vento, su nubi molto più maestose e sinistramente basse.
Sul «filo di lana scura» della route nazionale continuano ad avanzare in una luce cruda e irreale Clerici e Adriano; Marcel, sul catamarano, è ormai alla deriva con la sua «faccia da miliardario» e ride «da dentro il cuore stessodel disastro», e Sheila, in fuga, raggiunge il giornalista. Ma tutti sono alla ricerca di una meta che sembra allontanarsi, un «immenso niente pieno di buio». Avanza il Saint-Just, mentre l’orizzonte è chiuso come da un’«immensa palpebra», ogni cosa è governata da un ordine inconoscibile, e si sente il «suonodella sventura» nelle onde. In un’aria stregata, per Bruno le parole volano e pesano, la realtà si imbuca in una vertigine e il Saint-Just «somigliaa un nome di un santo ed e il nome di un ghigliottinatore». La sua fine è un naufragio di fuoco; il suo carico è ormai solo di spoglie mute: «Non più una cosa traboccante di colpe, mauna povera bestia oscura che muore e, morendo, appassisce e sogna».
Libro di ricordi (la realtà più vera che nella sua vita di morte fornisce molte certezze), Razorama dispensa storie infinite, non frena mai il corso dell’avventura, accende divagazioni, racconti nei racconti, tiene in bella evidenza gli spunti minori, usa i paesaggi per spegnere e attivare emozioni. Descrive a lungo, e con decorazioni, ma penetra nelle fibre degli sfondi e vi scopre sempre un’impalpabile congiunzione con il mistero. Il visibile non si arresta nel suo spettacolo: è animato di elettricità nella sua perpetua schermaglia con la luce e l’ombra. Gli uomini non si appagano di ciò che vedono. Il loro sguardo si perde nell’ignoto («C’era pace e fresco, e stelle che non vedeva dovevano ardere a migliaia, distese lungo il primo cielo, e più in alto ancora altre certamente vegliavano disposte in cieli ulteriori»). E quando sono intrappolati nella comune esistenza, qualcosa di misterioso ne regola i passi: viaggiatori scendono da un aereo «come una processione senza più dei»; minatori tornano nell’accampamento stanchi e lenti «come confraternite di pellegrini».