«Il Giornale», 28 maggio 2003
QUEL THRILLER IN ALTO MARE È UN POEMA SINFONICO
Con «Razorama» Enrico Brizzi abbandona il giovanilismo e scopre la classicità
di Fabrizio Ottaviani

Lo stile di vita più simile a quello che ci attende in paradiso è la bohème dei miliardari. Orsù, estraiamo dal cappello a cilindro un costoso catamarano e aiutandoci con la bacchetta magica adagiamo il “mezzo meraviglioso” nel mare che separa il Kenia dal Madagascar.
Corrediamo il natante di quattro passeggeri: un ricchissimo erede, Marcel; un pittore simile a un “navigatore dell’antichità”, Bruno; e infine due ragazze, il cui nudo nome suona già promesse de bonheur, Valentine e Sheila. Per evitare che il lettore equivochi, e magari sospetti che i due uomini siano talmente snob da portarsi in giro per gli oceani delle donne solo così-così, le ragazze saranno «incantevoli», e cuoche tanto raffinate da saper cucinare il pesce (anzi, i «carangidi») con cannella e chiodi di garofano. Le canne da pesca? In fibra di carbonio. L’albero «sterminato». Quanto alle vele, siano composte da un tessuto «a doppio strato di dacron».
Ora, a cosa servirebbe un dipinto eseguito con tanto calligrafismo, se il diavolo non potesse guastarlo? Le Età felici sono pagine bianche nei libri di Storia, diceva Hegel; lo stesso vale per i romanzi. Così Enrico Brizzi nel recente Razorama (Mondadori, pagg. 261, euro 17) trasforma dopo poche miglia marine il nababbo Marcel in un pazzo assassino, delirante gomito a gomito con le sue possibili vittime. Le quali ovviamente non possono scappare, perché la terraferma è lontana. Le navi, da Omero a Coleridge, da Melville a Conrad, hanno il vizio di trasformarsi in un carcere mobile: il catamarano di Razorama non fa eccezione. Quando la follia si impossessa di Marcel, Bruno decide, per salvarsi, di fare buon viso a cattivo gioco, fingendo di lasciarsi corrompere… Quanto a Sheila… Meglio fermarsi qui: non vorremmo rovinare la festa della lettura rivelando gli sviluppi del thriller.
L’epoca in cui sono situate le azioni dei personaggi sembra quella dei primi decenni del secolo scorso, con buona pace dei tessuti in dacron. Il padre di Marcel è descritto come un anacronistico colonialista, e l’ambiente artistico da cui proviene Bruno ricorda una Parigi ormai scomparsa.
Lo straniamento temporale è rafforzato dalla lingua di cui si serve Brizzi. È la sorpresa più gradita, anche se forse deluderà chi aveva amato la spigliatezza di Jack Frusciante è uscito dal gruppo. Razorama, con le sue palesi ambizioni letterarie, con la sua parabola da poema sinfonico, sembra dare un taglio alla spontaneità giovanilistica. La prosa è curatissima, con eccessi di lirismo e di simbolismo. I «poiché» sovrabbondano, i dialoghi sono curiosamente ma non spiacevolmente manierati e sentenziosi, mentre compaiono frasi come «l’ho pur detto», «noi ti si sta a sentire», «oh, ma è bellina». Insomma, si toscaneggia! Il che andrebbe benissimo, e in effetti va benissimo; sono tanti i capoversi magistrali, le pagine in cui tira un’aria fresca di classicità: «Ma se qualcosa doveva inghiottirli, quell’oscurità era migliore del giorno, allo stesso modo in cui, quando un colpo le viene sferrato, ogni creatura della terra prova il riflesso di chiudere gli occhi e ritiene preferibile non vedere».
La rotta è quella giusta, limitiamo a un paio i suggerimenti. Primo, meglio non compiacersi dei particolari tecnici, esotici, o «di colore». Il buon dio sta nei dettagli, ma se questi diventano legione, o ammiccamento, il buon dio perde la pazienza e se ne va. Secondo, un romanziere deve evitare ogni scorciatoia, non può scrivere che una donna bellissima è bellissima, né che un catamarano meraviglioso è meraviglioso. Sarebbe troppo facile, e avvilirebbe il lettore. Deve mostrarlo.