«Gazzetta di Parma» 1 luglio 2003
LA DERIVA DELL’ANIMA
di Lisa Oppici

Leggendo Razorama, l’ultimo romanzo di Enrico Brizzi pubblicato da Mondadori, si rimane piacevolmente sorpresi, anche se parlare di un libro del tutto riuscito non è corretto fino in fondo. La sorpresa, piacevole appunto, sta nel fatto che qui finalmente Brizzi cambia rotta in maniera decisa (anche se la dimensione «generazionale», per certi aspetti, non scompare: lo vedremo) e si lascia alle spalle JackFrusciante è uscito dal gruppo, il volume che l’ha reso famoso – costituendo, ai tempi, un vero e proprio “caso editoriale” – ma che per molti versi ha costituito per lui anche una zavorra non da poco: finalmente, superando uno scoglio che parecchi autori «nati giovani» non riescono a oltrepassare, Brizzi prova a scrivere un vero romanzo, con una sua struttura, una sua storia articolata, un suo peso specifico. E in larga parte ci riesce.
Il filone incui sceglie di inserirsi è di quelli doc: la narrativa d’avventura e di mare, le grandi navigazioni (ma anche il fascino dell’Africa) come set perfetto per raccontare difficili rapporti non solo tra persone ma anche tra le persone e le cose, gli «elementi». Non a caso in epigrafe c’è Hemingway, che si può associare a un’altra presenza «forte», aleggiante ma mai citata, com’è quella di Conrad.
Razoroma (nome di un villaggio nel cuore del Madagascar) è una storia di mare e di uomini. Due coppie (Bruno e Valentine, Marcel e Sheila) decidono di compiere la traversata dal Kenya al Madagascar sul catamarano del miliardario Marcel, che al termine del viaggio, allo sbarco sull’isola, dovrà sposare la figlia di un potente politico: sarà proprio Marcel a trasformare la vacanza in un incubo per tutti, manifestando poco a poco una «follia» nata dal disagio, dalla mancanza di una direzione (e questo è tema brizziano: si ricordi «Bastogne», che pure virava verso lo splatter), e facendo scivolare nella tragedia il viaggio del Saint-Just (significativo il nome scelto per l’imbarcazione). A questa vicenda principale se ne aggiunge poi un’altra, che l’autore a un certo punto fa incrociare con la prima: è quella del giornalista italiano Claudio Clerici, inviato in Madagascar per un’inchiesta, il quale in maniera del tutto casuale (il suo «contatto» sull’isola lavora alle dipendenze del fratello di Valentine, che lei sta cercando di raggiungere) sarà comunque toccato dal dramma del Saint-Just.
Brizzi fa un «romanzo romanzo», proponendosi fin da subito un taglio tutt’altro che minimalista. I suoi orizzonti di riferimento sono l’epos e la forza dell’avventura per mare, come si avverte nell’ariosa articolazione del periodo, nel gusto della descrizione, nel ritmo stesso della scrittura: «[Marcel] era un uomo bello, ma il suo mento era debole e c’era qualcosa di svogliato nel modo che aveva di trattenere tra gli indici e le inforcature dei pollici il rivestimento in cuoio nero del timone. Sorvegliava l’ago della bussola ad acqua, e di tanto in tanto stringeva gli occhi e scrutata la distesa dei flutti avanti a sé, oltre la schiena curva del salone cabinato e oltre le prue degli scafi gemelli. Pareva intento a riflettere come inseguisse la logica di una misurazione, di un calcolo, e quand’era necessario si rivolgeva a Bruno ad alta voce e gli anticipava le manovre che occorreva eseguire alle vele». Non abbandona totalmente l’idea generazionale (i quattro passeggeri del catamarano – quattro giovani che «vogliono svagarsi» – non sono poi lontani, nell’intimo, da altri personaggi brizziani), ma racconta questa deriva (fisica ed esistenziale), questo viaggio verso la deflagrazione, con una maturità nuova e finalmente raggiunta e con un diverso orizzonte narrativo.
Certo, le ingenuità ci sono e sono proprio queste che non permettono di parlare di un libro totalmente riuscito: il tecnicismo esasperato nelle descrizioni della barca, ad esempio, nelle quali lo sfoggio di competenze dell’autore è senz’altro eccessivo (e arriva a infastidire); certi autocompiacimenti un po’ leziosi («C’era un immenso territorio di misteriose acque e abissali profondità e profonde tenebre che avrebbero desiderato esercitare la propria giurisdizione e il proprio comando su quei due piccoli uomini»); certi passi in cui si arriva al comico involontario («I verbi deponenti deponevano contro di lui, e i riflessivi riflettevano la sua ignavia. E poi tutti questi verbi al passivo. Il suo ruolo di ausiliare. Di ausiliario. Il sinonimo di tutto e il contrario di qualunque cosa»); certi abbassamenti di livello senz’altro evitabili.
Razorama è un romanzo imperfetto, con difetti innegabili: ma è un vero romanzo. Nel complesso è questa l’impressione che prevale: quella di un autore che ha saputo affrancarsi non solo dalle atmosfere e dallo slang tardo-adolescenziali del primo libro (qua e là presenti, in diversa misura, anche nei successivi) ma anche dal mondo piccolo (in senso non guareschiano) che lo caratterizzava. Brizzi, insomma, ha fatto il salto (speriamo lo confermi): finalmente Jack Frusciante èdiventato davvero grande.