Un secondo viaggio in Madagascar di parecchie settimane è l’esperienza fondativa dietro Razorama, il primo romanzo di Enrico Brizzi a conoscere la gloria della copertina rigida.
L’autore tiene la prima presentazione ufficiale al Salone del Libro di Torino, e lo stesso giorno La Stampa pubblica un testo di Brizzi che suona come una versione alternativa del risvolto di copertina: “Razorama è una storia di giovani uomini e giovani donne molto lontani da casa ed è una storia di fede e magia, ascoltata la prima volte sotto la copertura vegetale d'una capanna che affacciava sull’alveo del canale delle Pangalanes (…) Sulla riva del canale, nel cielo terso d’una notte di primavera australe a milioni brillavano le stelle, e l’uomo che da molti anni aveva voltato le spalle al mondo dei bianchi, come un figlio che nel suo pieno diritto parli della madre, in modo sommesso prese a raccontare la sua storia di viaggi per mare e tradimenti e presagi”.
L’autore parla di una storia sentita raccontare da una sorta di buon colono bianco, ma la vicenda drammatica del catamarano Saint-Just e il viaggio carico di presagi del giornalista Claudio Clerici nel cuore dell’isola danno vita in Razorama a un inatteso romanzo d’avventura dall’autentico sapore vintage, capace di confrontarsi con il tema della fede e della magia e sostenuto fino alla fine da una lingua sorprendente per l’omaggio pieno alla lezione di maestri di cinquanta e cento anni prima.
Sembra la cover elettrica di un romanzo ottocentesco” è il primo giudizio fra quelli dei lettori che si confrontano sul forum del sito enricobrizzi.net, e l’autore replica: “In fondo, è stato come suonare un vecchio pezzo, fai conto uno standard rock degli anni Cinquanta, e volerlo suonare con strumenti e amplificazione d’epoca. Con la testa di oggi e lo stile di oggi, senza dimenticare niente di quello che c’è stato in mezzo, ma fedeli al suono che usciva da quelle chitarre e quegli amplificatori”.
Scrive Liberazione:“Brizzi si lancia nella costruzione di un vero romanzo di avventura giocato fra Europa e Madagascar”;“Razorama dispensa storie infinite, non frena mai il corso dell’avventura” e questa è la Gazzetta del Sud, “accende divagazioni, racconti nei racconti, tiene in bella evidenza gli spuntiminori; usa i paesaggi per spegnere e attivare emozioni”.
Giovanni Tesio, su Tuttolibri de La Stampa, analizza da vicino la struttura del testo: “Due i viaggi e doppia l’avventura. Ma alla fine il geometrico confluire deile due storie in una storia sola, che si compie come una tragedia sacrificale (una deriva annunciata, un ritorno negato, una catastrofe delittuosa). (…) Perché è qui, all’incrocio dei due viaggi, che la tanta geometria del romanzo – colpo di grazia e finale di partita – riesce finalmente (e compiutamente) a tradursi in destino”.
Brevini definisce Razorama un “iroso processo all’Occidente”; Giuseppe Bonura de L’Avvenire si lascia andare a invettive ad personam che appaiono fuori luogo fra gli articoli generalmente pacati della testata episcopale, mentre Ottaviani de Il Giornale parla di “poema sinfonico” e scrive che “sono tanti i capoversi magistrali, le pagine in cui tira un’aria fresca di classicità”.

«IO Donna» supplemento
«Corriere della Seraa»
26 aprile 2003

«Stilos» supplemento
«La Sicilia»
13 maggio 2003

«Rockstar»
1 maggio 2003

«Liberazione»
13 maggio 2003

«Avvenire»
24 maggio 2003

«Il Giornale »
28 maggio 2003

«Gazzetta del Sud»
17 giugno 2003

«Gazzetta di Parma»
1 luglio 2003

«Panorama»
3 luglio 2003