«Stilos» supplemento«La
Sicilia»,
13 maggio 2003
VIAGGIO DI SCOPERTA AL CENTRO DELLE COSE
di Nicola Adragna
Come molti altri autori della nuova
scena, anche Enrico Brizzi ha lasciato i campi incolti della prima
maniera cannibalica (semmai vi abbia messo a dimora i suoi frutti)
e con essi ha lasciato la sua Bologna e la Riviera. È andato
in Madagascar per pensare una storia che rompe con i suoi modelli e propone
un autore maturo e consapevole. Pioniere della letteratura della coscienza
giovanile, Brizzi si è accostato ai compagni di strada, Nove e
Ballestra prima degli altri, per esplorare nuovi territori e raccontare
storie che al lato oscuro e alla contemporaneità sappiano aggiungere
un additivo esistenzialista, risacca che si fa sentire nella nuova temperie
e che in questo nuovo e sorprendente Brizzi è ancora più pronunciata.
Su Razorama, uscito da Mondadori, Stilos ha intervistato l’autore
bolognese.
Rodrigo, l’uomo di Razorama, che dice ad Adriano “questo
posto ti aspettava” equivale al Madagascar che a lei, Brizzi, sembra
rivelare lo stesso mistero. Insomma, lei è stato stregato dal
Madagascar e si vede. Ma perché proprio questa terra che lei definisce
né africana né asiatica?
eb. La mia curiosità per l’isola è antica – infantile,
direi – ma l’occasione concreta che ha reso possibile il
germinare di questo romanzo è stato il mio primo viaggio laggiù a
cui ha fatto seguito, un paio di anni fa, una più lunga permanenza.
La curiosità iniziale credo sia stata determinata da un desiderio
molto occidentale di conoscere luoghi ‘isolati’ e ‘incontaminati’,
gli ultimi baluardi risparmiati dall’appiattimento della globalizzazione
americana. Una volta laggiù, appena fuori dai circuiti turistici,
si entra davvero in un altro mondo. Non voglio correre il rischio di
idealizzare la popolazione dell’isola, ma l’aspetto che colpisce
maggiormente il bianco è la cieca adesione dei Malgasci a un ordine
del mondo perfettamente autosufficiente e ben più antico del nostro
pensiero razionale-nichilista. Il terribile scollamento tra mondo delle
idee e mondo delle cose che ha trascinato l’Occidente verso macrotragedie
come i totalitarismi e microdrammi come la medicalizzazione della psiche
e dei desideri, sull’isola è percepito solo di riflesso
per via dell’influenza francese. In Europa un albero è una
pianta, in Madagascar è una storia fatta cosa, un oggetto di fede,
e la fede è ovunque.
Il suo è un romanzo che nasconde un trattato geografico
e antropologico. Un terzo del libro è descrittivo di paesaggi,
usi e costumi offrendo una guida al Madagascar sconosciuto ma anche
alla sua cultura animista e simbolica. La sua storia non poteva trovare
ambientazione più appropriata. Sarà vissuto non poco
nell’isola, immagino.
eb. Pochi mesi in tutto, purtroppo.
Spero con tutto il cuore di poterci tornare, adesso che la situazione politica
sull’isola – dopo
mesi di latente guerra civile dovuta alla coesistenza di due presidenti – è tornata
tranquilla.
Alla fine del romanzo se Claudio
Clerici volesse rispondere alla domanda su cosa fanno in vacanza
gli italiani all’estero
dovrebbe dire che si ammazzano e vivono esperienze allucinate e grottesche.
eb.
Trovo che all’inizio della storia Claudio Clerici sia una
persona fortemente disillusa riguardo all’opportunità di
viaggiare in posti lontani. Lo fa per lavoro, ed è vaccinato contro
i facili esotismi da villaggio-vacanze. L’esperienza in Madagascar
lo cambia per via della vicenda di cui si ritrova testimone. È una
questione di occasioni, forse, ma in ultima analisi non credo che le
occasioni arrivino a caso. Claudio Clerici, in un certo senso, era destinato a
essere il testimone della vicenda dei fratelli Rodrigo e Valentine, e
in questo ruolo mite e prezioso che Clerici – un giornalista – si
invera.
Tutti i personaggi partono
da punti diversi del mondo e poi convergono via via a Razorama, nel
canale delle Pangalanes che circonda il lago. Il cuore del libro è allora là dove lei scrive
che “arrivare al centro delle cose” è la missione
dell’uomo. Dove il centro delle cose “è un lago
in mezzo alla foresta”. Alla fine anche la barca, da sola, arriva
al lago. Ed è qui che si ha lo scioglimento del romanzo.
eb.
Come lei mi suggerisce nella domanda, ci sono modi diversi di arrivare
al centro delle cose. Per coraggio o per paura. Consacrati alla missione
come spartani o minacciosi e già, senza saperlo, a pezzi. Si può arrivare
al centro delle cose inverandosi nel proprio destino, con un paziente
assecondare i segni e gli inviti che la vita ci offre, oppure bestemmiando
il nome del Cielo. Io spero che la mia vita e i miei libri non siano
una bestemmia ma il ringraziamento di un uomo giusto.
Quando Adriano dice “Calma è una parola grandiosa” richiama
la bonaccia conradiana e il senso di immobilità della vita che
il mare trasmette. L’influsso di Conrad è innegabile in Razorama.
Corrisponde anche il paesaggio africano ed è richiamato lo spirito
del viaggio nell’ignoto che aleggia sulla rotta del Saint Just.
eb.
L’opera di Conrad giganteggia ancora alla fine dell’epoca
che i viaggi di commercio descritti in Cuore di temebra e Un
avamposto della civiltà hanno aperto. Fondamentale per la
stesura di Razorama è stato il suo lavoro, così come – per
altri versi – quello di Ernest Hemingway.
Per quanto riguarda le descrizioni
del plein air sono anche
andato a scuola da Pavese e Rigoni Stern.
Nel suo romanzo non si può non vedere il suo indice puntato
contro una casta, quella dei miliardari, che ammicca a quella politica
e che si arroga una pretesa di impunità, quasi di immunità,
che non ha contrasti se non al prezzo del sacrificio della vita.
eb.
I miliardari sono i cavalieri, i paladini e gli eroi che questo tempo – un tempo dove il nichilismo imperversa – ha saputo
meritarsi. La cieca intelligenza raziocinante delle tecniche ci governa.
Noi sorridiamo imbarazzati nell’imbatterci talvolta nei relitti
della antica nobiltà, ma non dobbiamo dimenticare cosa significa ‘investitura’, ‘fedeltà’, ‘amor
cortese’.
Ieri eravamo governati dai re, oggi dai mercanti e dai loro
esperti in sondaggi. Scienze economiche e matematica li guidano verso il
trionfo nel nome della più asciutta razionalità, e solo una robusta
ignoranza può far loro da scudo.
È così in tutto il pianeta, mi pare, e solo le anime candide
possono stupirsi che in un mondo del genere la Democrazia sia diventata,
di fatto, la dittatura della maggioranza. Da noi, in particolare, una
antica disposizione del popolo al sistema feudale è riuscita nel
delitto perfetto di coniugare, tramite elezioni democratiche, il potere
politico e quello economico. Oggi giudici e giornalisti vengono messi
in discussione pubblicamente dalle massime cariche dello Stato, che si
dicono persone giuste e buoni Cristiani, mentre la voce di un vecchio
Papa il cui nome sarà presto invocato tra quelli dei Santi si
leva inascoltata, e dolorosamente fuori tempo massimo, nel nome della
pace e della concordia sociale.
Nemmeno la religione, intendo dire, costituisce
più un baluardo
all’avanzare dell’assurdo, chiamato in qua a gran voce dal
Cattivo Pensare, di cui politici per professione e miliardari nati sono
indubitabilmente, e magari senza colpa, i figli prediletti.
Rodrigo è una figura appena accennata, vista dal lettore
di scorcio, riferita più che raccontata. Eppure gioca un ruolo
importantissimo. È lui l’angelo di salvezza di Sheila.
Senza di lui, la storia – la brutta storia – avrebbe preso
una ben diversa piega. Perché lo ha tenuto dietro la tenda?
eb.
La parola malgascia Sahabé, termine che indica il guaritore-indovino,
tradotta in modo letterale ha due significati: grande tramite e grande
campo arato. Anche Rodrigo riassume queste due essenze. La sua anima,
come ben sa Adriano, ospita qualcosa di grande e coltivato che pure può essere
conosciuto solo poco alla volta, e allo stesso tempo Rodrigo è un
tramite, un passaggio attraverso il quale le cose si compiono.
Per la sua
natura di meticcio, né bianco né nero, e per
la situazione che lo vede in pericolo di vita, Rodrigo non è né di
qua, né di là. Ecco perché non ci è dato
vederlo in piena luce.
Il libro è diviso in capitoli, ognuno dei quali è intestato
a uno dei personaggi del romanzo. L’intenzione sembra chiara,
nel senso che ha voluto che emergessero le reazioni interiori di ogni
figura più che le azioni sulla scena. In realtà il traitment sembra
più teatrale che narrativo. La voce prevale sul fiato. Si dialoga
molto in scene lunghe e si raccontano molti fatti accaduti, come fa
Adriano con Clerici. L’azione è ridotta a istantanee.
eb.
A questo punto, più che alle sparatorie o gli inseguimenti
a cavallo, la mia idea di intensità è legata all’evocazione
di forze prime. Interrogo il destino e le cose che da sempre riserva
agli uomini – amarsi, odiarsi, avere paura – e cerco di farlo
aprendomi la strada nel labirinto del linguaggio senza considerare ‘storia’ e ‘lingua’ due
cose separate.
Ne è passata di acqua
dai tempi di Jack Frusciante e Bastogne.
Il mutamento è radicale, una vera e propria inversione di rotta,
anche se non è venuta meno, rispetto a Bastogne, la
sua inclinazione verso lo splatter. Ci sono tre morti, e non
sono pochi se si pensa anche a come li fa morire.
eb. Splatter è un termine che respingo al mittente con
un cordiale diniego, ché contiene una dose di autocompiacimento
nella rappresentazione della violenza che non approvo. Persino i violenti
personaggi di Bastogne, nel loro accanimento, erano governati
da un alto senso della giustizia e dell’onore, e già mi
infastidirono abbastanza, all’epoca, le etichette di pulp.
La violenza
e la paura sono cose che ci riguardano da sempre in quanto uomini, e quindi
argomenti degni, al pari dell’amore e dell’amicizia,
di essere trattati in modo serio – e quindi poetico – e
senza trucchetti.
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