PERCORSI DI LETTURA
Intervista a Enrico Brizzi apparsa sul volume
Anni Novanta: gli anni della musica indipendente
allegato a Rumore di luglio-agosto 2005

Di Enzo Baruffaldi e Arturo Compagnoni

C'è stato un momento, negli Anni Novanta in Italia, in cui la narrativa sembrava essere il nuovo rock. Intorno alla metà del decennio uscirono in rapida successione alcuni titoli di scrittori giovani e appartenenti a una generazione che sembrava provenire da un altro pianeta, se paragonata a molti di coloro che, fino ad allora, avevano tenuto in vita le patrie Lettere. Non a caso, quando si trattò di riconoscerli, persino i critici più aperti li raccolsero in un’antologia dal titolo “Narrative Invaders” (Testo & Immagine, 2000).

Ma “Bastogne”, “Occhi sulla graticola” o “Tutti giù per terra”, per fare solo alcuni titoli, sono state letture che avevano l’identica urgenza e necessità di certi ascolti musicali di quegli stessi anni. Ne parliamo con Enrico Brizzi, che esordì con “Jack Frusciante è uscito dal gruppo” proprio nel 1994.

Che cosa è successo alla narrativa italiana negli Anni 90? Si aveva l’impressione che, all’improvviso, saltassero fuori tutti questi “giovani” e che succedessero un sacco di cose importanti, nuove e veloci.

EB: "Facciamo un passo indietro. Diversi esordi di “giovani” illustri avvenuti all'inizio degli Anni 80 (penso a De Carlo, Tondelli, Del Giudice e altri) hanno avuto sostenitori di rilievo, senza i quali forse non ce l'avrebbero fatta. Italo Calvino, per esempio, firmò la quarta di copertina per il primo romanzo di Andrea De Carlo. Una cosa che oggi accade molto di rado. Per iniziare a parlare dei giovani degli Anni 90 occorre capire se esiste una continuità tra gli autori di quella prima leva e quella di dieci o quindici anni dopo. Secondo me, per niente. A mio avviso, quei giovani che hanno dovuto farsi strada in un ambiente molto ostile, appena raggiunta una posizione di sicurezza, o quanto meno di azzardo minore, non hanno teso una mano verso gli autori più giovani. O almeno non in blocco. I casi isolati si riducono, in fondo, all'esperienza di Pier Vittorio Tondelli con il progetto Under 25, la vera semina di fine Anni 80, capace di produrre scritture vere e autori veri nel decennio successivo. Certo, in seguito c'è stato il boom dei corsi di scrittura creativa, o il caso della scuola Holden di Baricco, ma è tutta un'altra storia. La cosa incredibile che avviene con gli Under 25 è che un autore di successo, o quanto meno noto a livello nazionale, si spende gratis per consigliare, editare e pubblicare dei giovani sconosciuti. E non una volta, ma a tre riprese. Da quella trentina di racconti sono usciti scrittori veri, pensiamo a Silvia Ballestra e Giuseppe Culicchia, i primi veri nomi che ci interessano per parlare di Anni 90, ma anche a Gabriele Romagnoli, Andrea Demarchi, Romolo Bugaro e tanti altri. Addirittura, il primo volume degli Under 25 uscì per la casa editrice Transeuropa, e sei mesi dopo venne ristampato negli Oscar Mondadori. L'inizio dei 90 è stato segnato anche da episodi come questo: erano possibili dei ponti tra le “indie”, diciamo così, e le “majors” dell'editoria. E lo è stato per un po' di anni. La stessa Mondadori aveva una collana chiamata “Oscar Originals” dedicata proprio alla ripresa di giovani autori che uscivano per altre piccole case editrici. Ma l'esperimento durò pochi anni, poi fu giudicato troppo sperimentale e troncato proprio quando stava cominciando a diventare interessante. Tondelli curava anche una collana intitolata “Mouse To Mouse”, per la quale però uscirono soltanto due volumi. Del resto, oggi è quasi impensabile che venga data questa possibilità a degli scrittori, soprattutto se giovani”.

Quindi da un certo punto di vista, all'inizio del decennio era più facile trovare questo genere di spazi?

EB "Erano anni di grande entusiasmo, si veniva da una situazione molto aperta. Di ciò che era successo vent'anni prima non era rimasto praticamente niente, mentre di quanto si era mosso a inizio Anni 80, dei molti colpi buoni messi a segno, ecco… mi pare che questo patrimonio alla fine sia andato disperso. Il che non vuol dire certo che questa leva di scrittori sia scomparsa. Soltanto, ognuno è andato per i fatti suoi e il più generoso se ne è andato giovanissimo”.

Il nuovo decennio si inaugura perciò sotto il segno degli gli Under 25. Poi cosa succede?

EB “Gli Anni 90 per me, giovane lettore del liceo, si sono aperti in maniera trionfale prima con Silvia Ballestra e poi con Giuseppe Culicchia. "Il compleanno dell'Iguana", e soprattutto la sua versione precedente, ovvero i due racconti contenuti in “Papergang”, terzo volume degli Under 25, arrivarono nella stessa stagione in cui cominciavo ad ascoltare pesantemente Mano Negra, Urban Dance Squad, Red Hot Chili Peppers... Sembrava davvero stessero accadendo delle cose. Se guardavamo avanti vedevamo le università in fermento: quella era gente che era uscita dalla stessa scuola in cui stavamo noi! Cominciava a sgretolarsi l'idea di liceo bene del cazzo. Noi intanto facevamo i nostri esperimenti: una fanzine chiamata “Perle Ai Porci” (in seguito un’altra, intitolata a River Phoenix) e poi i gruppi (il primo nucleo di quelli che diventarono i Frida X). Insomma, mi sembrava si aprisse una stagione fertilissima e la vivevo col positivismo tipico con cui si affronta tutto a 17 anni, del tipo faccio le mie cose, le mando in giro, senza dubbio mi risponderanno e si interagirà magnificamente…”

Cosa poteva accomunare la Balestra, per esempio, da un parte e gli Urban Dance Squad dall’altra?

EB “Il fatto che veramente i generi fosse crollati come una categoria da museo. Erano gli anni del crossover. Basta leggere le dediche di Culicchia all'inizio dei suoi libri. Volevano dire che anche questi autori ascoltavano la nostra stessa musica, e quindi non potevano essere troppo lontani da noi. La chiave degli Anni 90 è in questo: inizialmente c'era un filo che legava tutto e appariva possibile anche fare grandi cose in italiano. Non a caso molti libri di quella stagione sono poi stati tradotti anche all'estero, fatto che fino a dieci o quindici anni prima per gli autori giovani italiani non era così scontato”.

Dalle nostre parti, di sperimentazione se ne era fatta (e parecchia) anche negli Anni 60, ma sembra abbia dato poco frutto nella letteratura italiana successiva…

EB “Negli anni 60 si partiva dall'idea stravecchia e consolidatissima che fosse l'accademia a fornirti gli occhiali con i quali guardare alla narrativa. Anche se a metà degli Anni 60 non ci sono più certe cariatidi, ma saltano fuori quelli che dicono “Hey, siamo qui noi, le future cariatidi del Gruppo 63”. Erano giovani accademici, giovani intellettuali, gente che non avrebbe potuto fare altro che l’intellettuale. Pur con un occhio alla Francia, all'America, si trattava sempre di giovani professori, o giornalisti, o critici di formazione solida e marxista tutti quanti.

C’è da dire che all’epoca le case editrici erano governate dai direttori editoriali, e non dal marketing o dall’ufficio stampa.”

Quindi con gli Anni 90 in un certo senso si fa tabula rasa?

EB “Si riparte da zero, dalla base. Ma con una differenza: prendi dieci scrittori qualsiasi rappresentativi degli Anni 90. Avrebbero potuto fare altri dieci lavori piuttosto che scrivere. Avevamo formazioni più irregolari rispetto a prima. Prendi le citazioni nei libri: Ramones, Hüsker Dü, Beastie Boys... Certo, poi “future cariatidi” è limitativo, in fondo anche noi siamo “future cariatidi”. Fa ridere la pretesa della palingenesi, dire “si riparte da qui” quando poi domani sarai vecchio e preoccupato che i giovani non hanno stile. Credo che sia nelle cose. L'importante è non diventare vecchio e terrorizzato da ciò che stupisce, e preoccupato che la propria esperienza non sia servita. Perché è così da sempre. Senza contare che è troppo facile dire “riparte tutto da qui” stando seduto su uno scranno dell'università, che garantisce contatti coi giornali, rapporti politici e visibilità. Credibilità di strada uguale a zero. Ecco, un concetto del genere negli Anni 80 per la narrativa non esisteva neanche. Pensa a un romanzo come “Macno” di De Carlo che viene pubblicizzato come “il primo romanzo yuppie degli Anni 80”. Dici che gli interessava la credibilità della strada? In questo senso, dopo la metà dei 90, internet ha cambiato un po' le cose. In maniera orizzontale e verticale al tempo stesso. Dato che si ha, almeno in teoria, un feedback continuo, si ha anche un'esposizione pubblica continua e molto mirata a chi del pubblico è interessato a quell'argomento”.

Però dalla cosiddetta accademia, nel 1993, partì anche un’iniziativa come il convegno “Ricercare” di Reggio Emilia, un appuntamento annuale che funzionava un po’ da laboratorio per la nuova letteratura e che, in parte cavalcando l'onda, in parte contribuendo a montarla, ha permesso a molti nomi di farsi conoscere.

- Certo, cariatidi lo dico affettuosamente, anche perché ad alcuni di loro io devo un sacco. Guglielmi che si spende sull'Espresso per un esordiente sconosciuto, neanche ventenne, pubblicato da una casa editrice a cui certo non fai una recensione in cambio di un favore, dimostra grande attenzione verso le cose nuove. Quella generazione di critici ha voluto continuare a guardare ai più giovani e non c'è dubbio che “Ricercare” sia stata una delle poche rassegne che, pur sponsorizzata in maniera istituzionale, ha dato i migliori risultati. Però la teoria del creare il Gruppo 93 a trent’anni di distanza, e in quel modo, secondo me è stata una trovata mediatica. Come lo fu poi anche quella del "pulp" e dei “cannibali”, classica mossa Anni 90 italiana: “The Great Pulp Swindle”...

Quindi all’entusiasmo iniziale mancò qualcosa per prolungare quella spinta nella seconda parte del decennio?

EB “Negli Anni 90 la letteratura italiana giovane ha perso occasioni perché non si è riusciti a creare niente di simile a una squadra, un discorso di insieme spendibile all'esterno. Pensa agli inglesi, una categoria qualsiasi: “Letteratura da pub e da stadio”, hai 4 scrittori superstar seguiti da 44 autori buoni e puoi continuare a leggere per mille anni. Invece all’estero non hanno nessuna idea di quale sia la voga italiana di oggi. Hanno ragione, non c'è. L'unica risposta vagamente ipotizzabile è quella del Giallo, perché il Noir italiano è riuscito a fare gruppo. La letteratura di genere proprio nei 90 ha avuto la sua riscoperta commerciale, riuscendo a recuperare stilemi classici.

Non dico sia necessario fare squadra, o che gli autori inglesi si amino così tanto fra di loro, però a livello nazionale dovrebbe esserci maggiore interesse a promuovere la narrativa del tuo Paese. In altre nazioni si fa, si crea una “scena”, e non ci pensano certo i ragazzi al bar ma il Ministero della Cultura. Per esempio in Francia, per anni i dischi originali uscivano con il 20% di sconto. Tu da cittadino, tra tutte le caratteristiche di quel Paese, il fatto che paghi le tasse, che la società è laica eccetera, sai che c'è anche il fatto che qualcuno ci tiene a esportare le tue cose e a dare loro visibilità. In Italia, in un certo senso, siamo ancora ai Guelfi e Ghibellini, troppo impegnati nelle lotte di campanile per proporre qualsiasi cosa all'estero, se non ognuno per conto suo.

Un esempio di collettivo può essere rappresentato dall’antologia “Gioventù cannibale” pubblicata da Stile Libero? Sicuramente a quel libro non si può rimproverare di non aver conquistato visibilità… (poi ovvio, parlando di gruppi c’è il caso Blissett / Wu Ming che resta un po’ a parte…)

Il titolo di quell’antologia era molto adatto, perché ha mandato al massacro un sacco di giovani autori.. Il problema è che qualunque esordiente farà carte false pur di pubblicare, e l’editore dovrebbe percepire come una responsabilità, anziché come un potere, il proprio ruolo. Solo formando i giovani, e non pubblicando chi non è ancora maturo fianco a fianco con i professionisti, si fa qualcosa di concreto per il loro futuro. La verità è che là fuori sparano, e forse ho visto troppi esordienti catapultati in prima linea da editori grandi o piccoli, a correre sui campi minati, nella speranza cinica che almeno uno ce la facesse.

Verso la fine del decennio le uscite di titoli nuovi sembrano avere una minore presa. È mancato un ricambio generazionale oppure ci si è spostati tutti da qualche altra parte? (penso a Nazione Indiana, con Scarpa e gli altri, oppure al tuo Archivio Magnetico…)

Da sempre la gente, quando si avvicinano le grandi svolte epocali, ha paura, e solo fra vent’anni qualche ricercatore eterodosso di Boston, Bari o Bombay ci spiegherà cosa ha significato davvero stringersi in attesa del 2000. Non solo, suppongo, uno sterminato businness per capitalisti astuti.

E così, mentre si avvicinava il nuovo millennio, la gente sperava non arrivassero i mostri a tre teste né i four horsemen dei Clash, e in segreto si preparava al cambiamento.

C’è chi s’è fuso, e da quattro o cinque è diventato uno. C’è chi s’è fatto anfibio e oggi lavora metà su carta e metà online. Altri guardano con soddisfazione al superamento delle identità sessuali tradizionali. Ovvio che in quest’epoca speventata trionfi nelle sue 77 declinazioni la scrittura de paura. Tante ne vedemmo e il meglio deve ancora venire. Quel che credo è che la carta, possibilmente ecologica, vincerà anche nel prossimo decennio il confronto con il chip. E che la scrittura è un’arte affascinante e antica, quindi resistente. E da almeno centocinquanta anni anche un’arte popolare, di cui il popolo, cioè noi, anziché applaudire gli autori derivati dalla televisione, farebbe bene a percepire la reponsabilità e la forza.

 

(Intervista raccolta per Rumore)