Come l'edera
Di Sara Beinat, novembre 2004
Scesi dalla macchina di mio nipote e subito la sua giovane moglie mi offrì il braccio perché mi appoggiassi. Avevano attraversato l’oceano per la luna di miele ansiosi di conoscere insieme le terre in cui i genitori di lui avevano vissuto prima di emigrare: non avevo mai visto il figlio di mio figlio prima di allora.
“E’ questa, nonna?” chiese, ben sapendo che si trattava proprio dell’abitazione di cui suo padre gli aveva tanto narrato.
Tornare alla vecchia casa in campagna fu diverso da come me l'ero immaginato. Per lunghi anni avevo provato a figurarmi l'emozione che mi avrebbe scosso nel posare di nuovo gli occhi veri - non quelli della memoria - sui mattoni rossi, sulle grandi finestre, sul cortile antistante, ma ciò che realmente sentii cancellò in un attimo ogni aspettativa.
“Mi sembra incredibile che non ci siate venuta per così tanto tempo, nonostante non abitiate molto distante da qui” mi disse lei, la dolce voce dall’accento straniero inclinata in una nota di sorpresa.
Le risposi con un sorriso silenzioso e posai di nuovo lo sguardo sull’edificio signorile. Ero sicura che quella casa avesse immancabilmente ottenuto il rispetto di chiunque l’avesse vista per il modo particolare con cui si stagliava fiera contro cielo velato di afa, per come alzava dignitosamente il capo tra i vigneti densi di rosso e verde scuro. Solo l’edera ribelle continuava ad arrampicarsi sulla facciata di mattoni e non nutriva alcuna soggezione.
L’edera è libera, l’edera non teme i prepotenti, si arrampica senza paura e supera ogni ostacolo. L’edera è gentile ma coraggiosa... come voi, signora.
Mio nipote si avvicinò al portone d’ingresso e cercò di aprirlo. “E’ chiuso!” esclamò voltandosi.
“Oh, mi dispiace, di certo avreste desiderato rivederla...” sospirò delusa la ragazza, stringendomi delicatamente il braccio.
Le sorrisi scuotendo il capo. “Non vi si può entrare da anni” spiegai.
“E lo sapevi?” domandò sorpreso lui, come se essere andati fin laggiù senza poter nemmeno visitare l’interno della casa fosse stato un inconcepibile spreco di tempo.
Il tono stizzito di quelle parole mi ferì, ma quando guardai mio nipote il cuore mi si sciolse di tenerezza nel rendermi conto che era giovane, troppo giovane per comprendere l’importanza di un ricordo che rivive per un giorno.
“Ma forse potremmo fare una passeggiata nel giardino” propose lei allegramente per dissipare l’imbarazzo. “Cosa sono quelle costruzioni?” si incuriosì.
Ci incamminammo lentamente verso il retro dell’edificio in direzione di quanto la ragazza aveva appena notato, calpestando l’erba secca dell’estate e la terra crepata dall’arsura, inutilmente assetata, il cui unico sollievo arrivava di sera, con le ombre, con il buio.
Voi siete figlia di questa terra, come lei fuggite la calura arida e trovate conforto solo nella notte.
"Sono le scuderie" sentii dire a mio nipote. "Quando ero piccolo papà mi raccontava spesso dei cavalli... ne avevate una decina, vero?"
"Oh, dev'essere stato magnifico!" esclamò con trasporto la giovane sposa, e il braccio con cui mi aiutava a procedere si strinse affettuosamente attorno al mio.
Raramente mi avvicinavo alle stalle o mi interessavo ai cavalli, c'era già chi si prendeva cura di loro.. molta cura... forse troppa cura...
Tieni più a queste bestie che a me, eppure io sono tua moglie...
Se è vero allora significa che ho un buon motivo per farlo, non credi?
L'aria calda del tardo pomeriggio incombeva pesantemente sulle nostre teste, facendoci rallentare i passi che metro dopo metro diventavano sempre più polverosi. Eppure proprio lì molti decenni prima qualcuno era riuscito a far nascere dei fiori che amavo raccogliere di nascosto, nelle passeggiate solitarie al tramonto.
Anch’io ho una predilezione per questi boccioli.
Oh... perdonate... non sapevo foste qui...
Non sentitevi in colpa, voi siete la padrona di casa e vi è concesso cogliere ogni fiore che io pianto: dopo tutto la massima aspirazione di queste rose è far brillare un sorriso sul vostro volto.
Entrammo nelle vecchie stalle, spoglie e vuote come non le avevo mai viste, con a terra ancora del fieno e nell’aria un caldo soffocante che mi diede un capogiro.
“Usciamo, non si respira” disse lei preoccupata accompagnandomi fuori. “Sediamoci su questo muretto, vi sentirete meglio.”
Riprendemmo fiato per qualche minuto, mentre il figlio di mio figlio girovagava ancora nelle scuderie, forse affascinato dal fatto di trovarsi nel luogo in cui erano vissuti quei cavalli di cui tanto aveva sentito raccontare. Lasciai riposare lo sguardo sui dintorni fino a quando, lentamente, come dopo un lungo processo di preparazione, gli permisi di abbracciare i contorni familiari e commoventi di quello che un tempo era stato il vigneto. E subito mi parve di riassaporare l’intensa polposità degli acini maturi mentre tra le dita ritrovavo la consistenza ruvida delle foglie... chiusi gli occhi per rivedere ancora la luce del sole che filtrava tra le viti...
Non sono degno di ciò che provo per voi, perdonate se oso amarvi ma non so fare altrimenti.
Ma cosa dite... io...
No, tacete, ve ne prego, non aggravate con le vostre parole questo peso già così difficile da confessare.
“Vi sentite bene?”
Aprii gli occhi e sorrisi per rassicurarla. “Non stare in pensiero, cara. E’ solo questo caldo”.
Lei rispose dolcemente al mio sorriso. “Fa molto caldo, sì, però è un luogo così incantevole che ce ne si infatua a dispetto del clima. Lasciarlo deve avervi spezzato il cuore.”
Chinai il capo, avvolta da un’improvvisa vampata di maliconia. Sospirai.
“Era un periodo difficile... la crisi economica... non potevamo permetterci di mantenere la proprietà...”
Ti ho vista vicino il vigneto, sai? Sì con quell’uomo... il giardiniere... ma cosa ti passa per la testa, eh?
Lasciami! Lasciami andare!
E dove andresti? Da lui? Non può più aiutarti ora!
Cosa gli hai fatto! L’hai ammazzato?
Ammazzato, cacciato, lasciato fuggire... che importa, che importa! Non c’è più ed è tutto quello che devi sapere! E ora venderemo anche questa casa e di lui non resterà più nulla, nulla!
“Sapete, mi sono quasi commossa quando ho saputo che avevate ricomprato la casa appena vi è stato possibile: è un gesto così significativo, così romantico...” sospirò la giovane con un filo di emozione.
Sorrisi dolcemente davanti a quel cuore sensibile, così simile a quello della ragazza ingenua e delicata che ero stata un tempo.
“La mia famiglia possedeva questi terreni da due secoli... mio marito era venuto a mancare da qualche tempo quando ho deciso di riacquistarli...”
“Vi sembrerò sfacciata, lo so, ma non posso non domandarvi perché permettete che un luogo che amate a tal punto cada in rovina.”
Dalle stalle vedemmo riemergere il nostro accompagnatore, evidentemente soddisfatto dalla visita appena terminata. La sua giovane moglie si voltò a guardarmi come per esortare la risposta al quesito che a cui evidentemente teneva molto.
“Vedi, cara, a volte il cuore umano trova il coraggio di intraprendere strade non ancora esplorate, senza pensare alle conseguenze”. Tacqui per riprendere fiato. “Questa è solo una casa circondata da terre arride di antica ricchezza, terre che per me non hanno alcun valore.” Le presi una mano e la accarezzai, mentre il naturale erede di quei terreni stava per raggiungerci. “Mattoni... tegole... foglie secche.. alberi morti... non è questo che può scaldare un’anima. E’ ciò che un’anima ha visto tra le foglie quando erano ancora verdi, quello che ha vissuto vicino agli alberi rigogliosi, sotto alle tegole, protetta dai mattoni...”
“Sì, ma perché riappropriarsi di tutto questo per poi lasciarlo morire?”
Le strinsi la mano sentendo un nodo alla gola e quando la guardai lei rimase turbata dai miei occhi lucidi.
“Mi hanno tolto tutto, cara, tutto ciò che amavo...” mormorai, la voce rotta. “Mio figlio costretto a emigrare, il nome della mia famiglia decaduto, questo caro caro posto ceduto a sconosciuti... e... e altre cose, altre persone che mi sono state strappate... Una rivincita. Ecco perchè ho ricomprato la proprietà. Una rivincita.”
Mio nipote ci raggiunse, inconsapevole della profonda commozione di quell’attimo.
“Guardate, ho trovato un ferro di cavallo arruginito, lo terrò come porta fortuna” disse soddisfatto, mostrandoci il suo reperto. “Fantastico, fantastico.”
Notò solo in quel momento l’atmosfera particolare che si era creata. “Ma forse è meglio che ora ci indirizziamo verso casa” disse preoccupato. “Questo strano caldo non ti fa certo bene, nonna.”
Mi aiutò ad alzarmi e ci avviammo tutti e tre verso l’automobile. Era quasi il tramonto.
Prima di entrare nella vettura mi voltai per dare un ultimo sguardo alla casa imponente assediata dal’edera e alle terre che da sempre la abbracciavano. Un guizzo di sole parve risplendere all’altezza del vecchio vigneto per scomparire subito dopo.
Sorrisi piano, poi mi sedetti e la portiera si chiuse decisa.
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L'autrice
Sara Beinat
Nata in Germania da una famiglia di gelatai 23 estati fa, ha cominciato a leggere a cinque anni e da quella volta non ha più smesso. L'amore per il rock invece è nato dopo. Dopo un anno passato a Liverpool, ora si occupa di marketing. Scrive con una biro nera su fogli a quadretti, ascolta più che parlare e segue il calcio inglese. Viaggi nel cassetto: Sud America, Africa e New Orleans. Scrivi a Sara
