«Sette» supplemento «Corriere della Sera», 13 novembre 1998
CARO ENRICO BRIZZI SCRITTORE IMMAGINARIO
di Antonio D’Orrico

 

Se questa invece di una rubrica di letture fosse una clinica il paziente Enrico Brizzi, nato a Nizza ma bolognese, classe 1974, finirebbe nel reparto rianimazione perché è uno scrittore in coma. Lo dimostra, inequivocabilmente, l’inizio del suo ultimo romanzo (Tre ragazzi immaginari): «L’ultimo carnevale dei ragazzi di via Andrea Costa aveva già intonato la sua canzone di guerra, signori. E su questo punto, tanto per cominciare, non c’era dubbio possibile». Questo non è uno scrittore, è un banditore: «Venghino signori venghino, venghino al luna park».
Così comincerebbe la sua recensione al libro di Brizzi un giornalista inglese (sono famosi, si sa, per la bellezza e perfidia delle loro stroncature). Per sua fortuna Brizzi non è uno scrittore inglese e quindi la battuta sullo scrittore in rianimazione gliela possiamo risparmiare.
Tre ragazzi immaginari (dal titolo di una canzone) è un romanzo immaginario nel senso che non racconta nulla. Sì, certo, si parla di un giovanotto che ricerca il se stesso perduto, che rievoca la sua storiella d’amore con una ragazzina, che lascia intravedere squarci di una realtà giovanile e studentesca, che ogni tanto si dice: «Curiose, le femmine». Un giovanotto che è Brizzi in persona che ripercorre la sua storia di scrittore che ha avuto successo: «Un giorno ti svegli e ti dicono Enrico, ha chiamato un piccolo editore, ha letto il manoscritto, sembra interessato e t’aspetta davanti al negozio di giocattoli di latta in via del Pratello». Insomma, il giovane Brizzi già scrive le sue memorie con un piglio, un’enfasi e una retorica da vecchio bersagliere (frasi tipo: «E siete pronti, messeri, a scambiarvi gli auguri alla maniera del carnevale?»). Che dire di più non essendo recensori inglesi? Che Brizzi pensa di scrivere alla Salinger e invece scimmiotta il peggior Tondelli (questa Bologna descritta come se fosse la California ricorda Alberto Sordi quando faceva l’americano a Roma). Il vero dramma è che Brizzi (che scrive come scriverebbe il presentatore Frizzi, forse è prigioniero di un lapsus) non è uno scrittore inglese ma uno scrittore italiano. A questo punto sarebbe forse il caso, come si fa nel buon giornalismo giudiziario, di definirlo «presunto scrittore» (così come si scrive «presunto colpevole») in attesa che ci siano prove certe (romanzi riusciti, uso della lingua italiana consono e adeguato, personaggi che abbiano qualcosa da fare e da dire) che il signor Enrico Brizzi, nato a Nizza ma bolognese d’adozione, sia veramente uno scrittore. Perché uno che scrive: «Praticamente, non consumavo un cazzo, a livello di joule»; uno che si autodefinisce: «Un pinolo che non aveva capito niente... un mongolo in trance», davvero non è uno scrittore. I presume.