«La Gazzetta del Mezzogiorno», 8 novembre 1998
TRE AMICI AL BAR IMMAGINARI
È carnevale a Bologna: storia di giovani alla ricerca di un sempre
più evanescente bisogno di una ritualità eversiva
di Michele Trecca

Facciamo i conti con Brizzi e il suo nuovo libro. In senso letterale, s’intende. Solo qualche addizione, tanto più lecita dopo l’acrobatica moltiplicazione dell’autore: Brizzi per se stesso uguale Tre ragazzi immaginari (titolo ricavato da un motivo dei Cure). Sommiamo dunque la perentoria apostrofe iniziale del romanzo («l’ultimo carnevale dei ragazzi di via Andrea Costa aveva già intonato la sua canzone di guerra, signori») con il successivo (continuo) ricorso alla funzione fatica o di contatto (dal martellante «Se avete presente, vi sto parlando…» all’incidentale «Quanto a noi, come immaginerete…» fino al dubitativo «Non so se rendo» e all’accorato «…Affezionati amici, se non volete credere a questo umile narratore… Leggetemi, o affezionati, tra le righe…»). Aggiungiamo, quindi, il massivo dispiego dell’intimismo colloquiale della seconda persona (alternata alla prima con cambi rapidi e continui, tipo «probabilmente, detto questo, la colpisti al cuore… avevo enormemente bisogno di lei); i bagliori più cupi che corruschi della cornice carnevalesca; le apparizioni fantastiche dell’alter ego dell’autore e avremo forte e chiaro una sorta di Sos (già ascoltato in questi ultimi tempi anche su altre frequenze letterarie) del tipo narratore smarrito oltre la linea d’ombra cerca conferma della ragione sociale del proprio lavoro.
Dopo l’avventura nizzarda di Bastogne con i Tre ragazzi immaginari di questa nuova storia siamo di nuovo a Bologna, nella mitica patria di Jack Frusciante, a casa dell’autore tra i suoi amici di quartiere con i quali egli si ritrova per un ultimo sballo collettivo in occasione di un week-end di carnevale con festa di piazza da consumare secondo il rito brasilero (come da concessione dell’amministrazione comunale). Ma alcol e canne entrando in circolo con la complessiva ebbrezza del contesto e la consapevolezza di essere al bivio di scelte individuali divaricanti o irreversibili, sollecitano nel protagonista un allucinato flash back di riflessione.
Il Brizzi «pretoriano» ventiquattrenne, autore di successo concupito dal commercialista di famiglia, si rivede, quindi, nei panni («… un niente – una maglietta coi quattro Pistols e un paio di bermuda a quadrettini») di un ragazzetto o «cinno o pinolo» di sedici o diciassette anni e successivamente in quelli del suo «omologo» di venti. Attraverso loro recupera una storia d’amore e d’amicizia della propria (ormai) remota giovinezza di liceale «dell’old school» all’assalto dei sentimenti e con il mondo adulto in gran dispetto. Niente introspezioni, dunque nel ripiegamento memoriale del Brizzi brizzolato ma guerra di bande («i cordiglieri della Mano Negra» come moderni ragazzi della via Pal contro i «giovani tribuni coventrizzati»), concerti (i Pogues al Parco Nord), lunghe sorsate di Beck’s, infuocate assemblee di istituto e girandole di partner intorno alla stella fissa Chiara («che ricordava fino al delirio la giovane Bianca Jagger»).
La presa dell’autore su situazioni collettive, costumi e linguaggi giovanili è saldissima, tanto da spingerlo all’azzardo di buttarla in epica: prima costruendo su un’impalcatura a quindici metri da terra (con ironiche vertigini alla Blade Runner) una spericolata scena di confessione di un tradimento e poi tirando in ballo in una pagina finale perfino Achille il Telamonio, Ettore e Ilio. Ed è proprio questo assecondare, compiacere e sublimare il (…) sempre più frustrato bisogno di grandezza espresso da una evanescente e spicciola ritualità eversiva giovanile il segreto ultimo della sintonia di Brizzi con il proprio pubblico: ciò che rinfranca e solleva il narratore e gli consente di fare spallucce ai propri (e altrui) dubbi con quel beffardo e ricorrente «Ah, fa’ te!».
Tre ragazzi immaginari è dunque, un libro (last but non least) su quant’è dura giovinezza che si fugge tuttavia in esso, cioè la demistificazione di quell’età un tempo (da Lorenzo de Medici fino e Nizan ed Eliot) sconsideratamente ritenuta bella s’accompagna al suo rimpianto con effetto romantico e disperante di raddoppio o sovrapposizione autentica. Per Brizzi, un utile esercizio di defaticamento dopo gli scatti brucianti di Jack Frusciante e Bastogne.