«Il Messaggero», 5 ottobre 1998
Under 30/ Al terzo romanzo l’autore di «Jack Frusciante» si confessa
COM’È DURA CRESCERE PER BRIZZI UNO E TRINO
di Fiorella Iannucci


Infaticabili Girardengo innamorati della dolce Aidi esultate. Il «vecchio Alex» con i suoi amori tardoadolescenziali è tornato. E con lui i balordi di Bastogne, rinnegati persino dai più convinti sostenitori del pulp tanto impetuoso, acido e violento era il Brizzi-pensiero che li aveva generati. Eccoli, fianco a fianco, il «cinno di sedici o diciassett’anni vestito con niente – una maglietta coi quattro Pistols e un paio di bermuda a quadrettini», e il ventenne rabbioso e dolorante «con le interpretazioni della vita al posto della vita vera» perso in un teatrino d’ombre «in cui non c’era più posto per i giusti sogni». Con loro, c’è anche il “giovine auteur” quasi ventiquattrenne, «uno dell’old school», così si presenta nel romanzo l’enfant terrible della nuova narrativa, che qui riflette sulla sua avventura in accelerazione di uomo e di scrittore, nell’epoca in cui «emergere difficile, ma confermarsi è difficiliore» e scopri «che il quinto potere delle bombolette spray ti ha condannato come contro-rivoluzionario, servo del business e amico personale del dottor Costanzo Sciò».
Enrico Brizzi uno e trino, proprio come il titolo del suo nuovo romanzo, Tre ragazzi immaginari, da domani in libreria (Baldini&Castoldi. 187 pagine. 22.000 lire). Citazione di una delle prime canzoni dei Cure, certo, e colonna sonora di tutta la vicenda che si svolge senza sosta per tre giorni e tre notti in una Bologna invasa da una giovane folla ondeggiante ed “estasiata” stretta intorno a quattro «carri sputamusica» per «l’ultimo carnevale dei ragazzi di via Andrea Costa», come suona il fulminante incipit del libro.
«Ho voluto mettere un punto fermo dopo Jack Frusciante e Bastogne. E in effetti Treragazzi immaginari li comprende entrambi. Ma è il passo successivo quello che m’interessava: è la terza parte del romanzo, resoconto fedele di quello che mi è capitato dopo», dice, pensoso, Brizzi. Spiega: «Come si diventa ciò che si è? Eccola la domanda. Ci ho messo due anni per trovare una risposta. Perché cambiare, si cambia. E devi fartene una ragione. Condensare in un libro i tre me stesso, ripercorrere le tappe più importanti della mia vita è stato importante. Per capirmi. E magari capire di più gli altri».
Un Brizzi sull’orlo di una crisi di trasformazione, da quasi ventiquattrenne a cui è stato predetto, lui ancora imberbe Girardengo in fuga sui Colli, che sì, «ragazzo, c’è stoffa quanto basta per fare una cravatta, e prima dell’estate la tua storia diventerà un libro da leggere» come scrive, amaro, nel capitolo finale, quell’Ars Aruspicina sfolgorante come una lama. Confessa, il “giovine auteur”, che non a caso tutto si svolge durante un Carnevale, allegoria della giovinezza che fugge e in mille modi si maschera, «e che, sempre, precede la quaresima». «È questo sentirsi vicini, tu e ituoi amici, insieme a tanti altri, tipica di tutte le feste: e ti sembra di vedere i tuoi coetanei sotto una luce vera. E sai che, in fondo, è solo una delle mille facce della rappresentazione».
Come lo è l’amore. Resistentissimo filo che lega le avventure del Brizzi uno e trino del romanzo, attraverso un personaggio, Chiara, candido cigno sedicenne che «ricordava fino a delirio la giovane Bianca Jagger», destinata per un «prodigio di premeditazione» alla fatale «svolta perbenista» con tanto di «fidanzato politicamente corretto». Si fa serio Brizzi, quando si parla di ragazze, lui che non rinuncia nemmeno in queste pagine a dire la sua, «da dissidente maschilista», sulla fauna delle «baccanti quindicenni», sulle «stronzette», le «vegetariane, specie se portano il maglione andino allungato a coprire un sedere che con ogni probabilità sarà fasciato da mutande giganti», «le potnie dark e metallare»: insomma, su tutta quella progenie femminile liquidata con l’epiteto infamante di «fighe di legno, fighe d’amianto».
«Si, non sono tenero con le ragazze, ma c’è molto dolore in tutto questo. Semplicemente sono deluso», dice lo scrittore bolognese. Ovvio che il vero cardine del Brizzi-pensiero resti l’amicizia: e i Nelson Centocapelli, gli smilzi Marcellus, i Necci, i Kit, i Morgana e, su tutti, l’ombroso Assiro che popolano il carnevale di Tre ragazzi immaginari non sono di quelli che si dimenticano. Perché, «come dice il vecchio Vincent, pittore del Feyenoord e dell’Ajax», leggi Vincent Van Gogh, «la storia dei ragazzi è come quella del grano, e anche se non saremo piantati in terra per germogliare, non importa, poiché noi saremo macinati lo stesso e diventeremo pane».