«Panorama», 12 novembre 1998
JACK FRUSCIANTE NON SA CRESCERE
di Roberto Rossi



Nel 1994, con Jack Frusciante è uscito dal gruppo, Enrico Brizzi si era segnalato come un esordiente di belle speranze. L’adolescente Alex (quasi un doppio dell’autore) e la sua salingeriana storia d’amore, così come il mondo dei liceali bolognesi, erano descritti con uno stile vivido e di ritmo sicuro.
Tre ragazzi immaginari, anch’esso ambientato in quel mondo, è la ripetizione superflua e manieristica del libro d’esordio: la vicenda, se così si può chiamarla, è inutilmente frammentaria, e la commistione linguistica suona come un esercizio di scuola narrativa.
Il romanzo si svolge durante i giorni di carnevale, ma non si tratta che di un ovvio pretesto metaforico: il carnevale, come l’adolescenza, è una festa che si consuma rapidamente. Brizzi, che vuole prolungarla a ogni costo, ricorre con facile astuzia all’artificio del racconto nel racconto, un espediente che gli permette di narrare una seconda volta, attraverso un alter ego (un diciassettenne che il narratore, omonimo dell’autore, dichiara «uguale a me. Solo, appariva d’un nulla più esile, e giovane»), ciò che in modo assai più persuasivo e meno involuto ci era già stato narrato in Jack Frusciante.
E un’imitazione del modello originario sembra anche la descrizione dei personaggi: è vero che l’autore ce li presenta, in un lungo capitolo, come «Apparizione delle maschere», cioè come fantasmi di un recentissimo passato; ma proprio in quanto tali essi dovrebbero imporsi con forza visionaria o rievocativa, anziché attraversare il libro come figurine sbiadite.
Quello che davvero racconta Tre ragazzi immaginari, forse senza volerlo, è la storia di un ritorno impossibile e di un difficile approdo alla maturità, ovvero una malinconica elegia dell’adolescenza perduta.