«La Repubblica», 3 ottobre 1998
ENRICO BRIZZI TRAVOLTO DA INSOLITA PASSIONE
di Enzo Siciliano

 

Leggendo Tre ragazzi immaginari di Enrico Brizzi (Baldini & Castoldi, pagg. 188, lire 22.000) mi tornavano in mente quei versi di Catullo che dicono su per giù: “Smettila con le tue pazzie, quel che vedi perduto, dallo per perso... Lei ti rifiuta, rifiutala a anche tu pure se non ne sei capace. Non cercarla se ti evita: e non stare lì come un disperato, ma tieni duro con ostinazione e sopporta. Ciao, ragazza mia. Catullo tiene duro”. Non voglio dire che Brizzi sia Catullo, non mi fate dire una cosa simile.
Ma Brizzi racconta la storia di un ragazzo che considera come limiti del proprio mondo quelli dentro cui è contenuta una passione d’amore, una passione che va dai diciassette anni e oltrepassa i venti; e la ragazza, oggetto di questo amore, è una di quelle ragazze ginepraio, “un cigno... con gli occhi gentili”, melodica di voce e forme, “dolce come la vaniglia”, che ti azzanna il cuore e poi ti pianta, si mette con amici tuoi, uno noiosamente politically correct, Tullio Ambris, l’altro, l’Assiro, un boro si direbbe a Roma, capo-orda, metallaro - eccetera: e poi ti rivuole. Tu, “pinolo” dice Brizzi, resti in mezzo, sbatacchiato in un brodo di lascia-e-piglia che ti consuma l’anima. Ma qualcosa, alla fine, riuscirai a non perdere di te e ti far à forte - forte, magari, della tenue forza del disincanto: “La storia dei ragazzi è come quella del grano, e anche se non saremo piantati in terra per germogliare, non importa, perche’ noi saremo macinati lo stesso, e diventeremo pane”.
In questo romanzo di Brizzi ci sono due tre cose che mi piacciono, e non solo. Mi piace l’azzeccata levit à del tono (“Affezionati!, amici!, se non volete credere a questo umile narratore, credete almeno alle seduzioni incessanti della vaniglia”); la struttura d’ambizione epica cui lo scrittore ha saputo imbastire il suo racconto, iscrivendolo all’interno di una festa in piazza, una delirante tre- giorni carnevalesca a Bologna, dove i ragazzi si abbandonano a una onirica esaltazione che per il protagonista - lui, proprio lui, Enrico Brizzi, nome e cognome in evidenza - diventa, questa festa - dicevo, luogo e momento dell’anima: e in essa si disegnano a cadenza studiata ricordi e fantasmi, il “pinolo” che lui era poco più che pubere, poi un ventenne timido e ardito, infine l’altro da se che è diventato quasi un uomo e narra. Al centro del cerchio, lei, Chiara “il cigno”, nei suoi andirivieni irresistibili (“Chiara arrivò con ventitre minuti di ritardo, ma perdonarla fu facile come per Pietro l’Olonese assaltare, dalle parti della Tortuga, i vascelli del re di Spagna”).
Materia coesiva di tutto è lo slancio di uno stile che dà vita, fa parlare con intensità l’universo cui Brizzi guarda come unico polo d’attenzione, “i ragazzi”: un universo intriso sia di passionalità sia di scetticismo, astuzia, languori, malinconia di estasi artificiale, di non medicate astenie, di spiriti anarchici e anche pietistici.
Il mondo dei ragazzi, si dice con più di una ragione, è autoreferenziale, è una prigionia di miti eterodiretti, i locuzioni obbligate, di obbligato abbigliamento, e di ascolti maniacalmente condizionati per questo o quel gruppo rock, per questo o quel cantante.
Tanta autoreferenzialità non manca in Brizzi, e spingerebbe fuori pagina la sua narrazione (“Ogni tanto una festa, ogni tanto una serata low-budget in osteria, ogni tanto un concertino superunderground con Templa Mentis, Vitous e Sick Kids; il tutto, senza mai un piacere vero, perennemente ritardato dal sonno, dalle seghe, dallo spleen e da impulsi insensati e, comunque, esclusivamente etero”). Se sei fuori del giro, e del gergo, va a finire che capisci poco o niente. Ma la qualità di Brizzi, appunto una qualità stilistica, che non si nega all’epos del gruppo ed al lirismo dell’emozione, consiste – è una virtù volatile, di intonazione, di canto se volete (per questo pensavo al giovane Catullo innamorato, e innamorato del maledettismo dei propri coetanei) – consiste nel rimettere ogni obbligo di costume, ogni coazione psichica ai segni puri del racconto: e i nomi di quei cantanti, di quelle marche di magliette, scarpe eccetera, sono scintille nella luce dell’immaginario, così come il “noi” di cui non sa fare a meno – questa soggettività collettiva che assorbe tutto e muove unisona come un’onda di spighe, “di grano”, sotto il soffio del vento – slitta via dalle regole del gruppo, per vibrare nello spazio della fantasia.
Scarta così, Brizzi, dalla più trita attualità mediatica verso la particolarissima inattualità giocata dal suo linguaggio o dalla particolarissima armonia malinconica, talvolta sprezzante d’amarezza, che gli dà nervo.
Brizzi è un narratore non di odori ma di allegrie, di eritemi improvvisi: la cosa, che potrebbe torcersi in un vezzo, è invece motivo di delicatezza diffusa, un indizio di persuasiva verità. Brizzi non si è messo nell’imbroglio accademico della Disneyland cannibalica che va di moda: guarda più in là.
I suoi libri li ha letti, e se ne è nutrito bene: la tornitura musicale della sua pagina fa capire che ha molta giustificata cura di se’.
Ci sono momenti in cui si pensa che questo ragazzo ancora a metà dei vent’anni possa avere più ingegno che fiato e natura (e’ il vizio dei suoi romanzi precedenti, specie il secondo).
Ti accorgi che se gli capita invece di sfiorare il tema della morte e di una radicale delusione ha l’istinto di suggerire la crudeltà dell’atto e di tagliare al punto giusto e non per furberia; sa dirti quieto quieto che “ci poteva passare tutto il pomeriggio tra quelle parole che dette a vent’anni ti sarebbero state care per il resto della vita”.