
«La Repubblica» ed. Bologna,
1 novembre 1998
Lo scrittore Enrico Brizzi racconta
il suo nuovo libro e i luoghi della città a lui più cari
che fanno da scenografia ‘Se segnassimo le tracce del
passaggio delle persone, via Saragozza sarebbe una specie di Autosole’
‘IL
MIO RAVE IN GIRO PER BOLOGNA’
di Michele Pompei
Un lungo serpentone umano
si snoda attraverso le strade di Bologna, muovendosi al ritmo dellamusica
techno sparata a tutto volume dagli altoparlanti piazzati sui grandi
carri da parata. I dj sciorinano le loro sequenze di dischi avvolgendo
la folla con le incalzanti pulsazioni prodotte dai loro sound system.
Un ragazzo di ventiquattr’anni
si confonde nel mucchio, dal mucchio si allontana per poi rituffarcisi
dentro ubriaco di birra e di ricordi. Un grande rave party itinerante
per le vie della vecchia Bononia è lo sfondo di Tre ragazzi
immaginari, l’ultimo libro di Enrico Brizzi.
Dopo le avventure nizzarde di Bastogne, lo scenario del tuo
racconto torna ad essere Bologna, con le sue strade, con le piazze
invase dal corteo techno. Cominciamo da qui.
«Mi piaceva l’idea carnevalesca e itinerante di questa parata.
Un’idea che mi è venuta pensando ad un libro riletto di
recente, il Salombò di Flaubert, dove si raccontano le
estenuanti marce dei mercenari al soldo di Cartagine ai tempi delle guerre
puniche. Mi hanno molto impressionato quelle scene di massa e mi è sembrato
naturale tradurle con l’immagine di un grande rave party che si
muoveva per la città».
Come hai scelto il percorso di questo corteo?
«Ho voluto far passare la parata attraverso le strade che mi sono
più familiari. Io ho sempre abitato dalle parti del Meloncello
e a quelle strade sono legati molti dei miei ricordi».
Tu
sei stato uno dei primi ad interessarti a Bologna di psicogeografia,
quella disciplina che, per spiegarci, si ingegna a studiare e a verificare
i vincoli emotivi e psicologici che legano le persone ai vari luoghi
di una città, i palazzi, le strade, alle tappe di un particolare
itinerario. C’è qualcosa di questo nel libro?
«Penso di sì. Mi ricordo quando, in vacanza a Parigi, venni
a conoscenza del situazionismo di Guy Debord. In particolar modo mi colpì quella
mappa di Parigi che riportava le tracce del passaggio delle persone attraverso
la città: veniva fuori che una buona parte di Parigi era praticamente
ignorata dai percorsi quotidiani. Ho provato a fare questo esperimento
registrando i miei movimenti per Bologna, ma dopo un po’ ho dovuto
lasciar perdere. Sono convinto però che via Saragozza, alla fine,
sarebbe diventata una specie di autostrada del sole».
Altri segni sulla mappa: i colli fuori porta.
«A parte Villa Spada, dove da piccoli era come addentrarsi in
un vero bosco, sentendosene un po’ i padroni. Ho fatto le elementari
alle Casaglia e ho passato interi pomeriggi a sfidare coi miei compagni
quelli delle scuole di villa Puglioli lungo i sette-otto tornanti che
ci separavano. Più avanti c’è stato il giro classico
da fare in bici: partenza da porta San Mamolo, su fino a via di Roncrio
per puntare poi fino a Paderno passando tra i giardini del Forte e via
dei Colli».
Ad
un certo punto il corteo passa accanto lo stadio…
«Da bambino mi piaceva un sacco, ero tifoso interista, c’avevo
pure la tessera e a vedere le partite mi ci portava uno zio, visto che
con mio padre sarebbe stato impossibile andarci. Poi per tutto il liceo
mi sono completamente disinteressato dell’argomento e solo da pochi
anni ho ricominciato a frequentarlo. Dirò di più, il mio
prossimo viaggio l’ho organizzato a Praga per vedere il ritorno
di coppa del Bologna».
Passando
ad altro, quest’anno ti sarà difficile
festeggiare il compleanno al Covo.
«È abbastanza disperante pensare che un locale storico
come quello sia destinato a chiudere o a ridimensionarsi. Personalmente
per me è stato un posto importante, ci ho passato parecchie serate
gradevoli, anche grazie a concerti che solo lì ho avuto la possibilità di
vedere. Era ancora un luogo di frontiera immerso in una zona dura di
Bologna, credo abbia avuto un ruolo sociale importante. Oggi penso che
giochi anche lo stacco generazionale tra i vecchi gestori come Dedu e
la generazione più giovane. Cominciano ad esserci tensioni diverse.
Per il resto la situazione attorno non è granché brillante,
a parte i soliti posti come Livello e Link, che però non ho frequentato
tantissimo. In generale non ho mai fatto parte di una ballotta legata
ad un locale piuttosto che a un altro».
Il
successo di Jack Frusciante, forse è stato un carrarmato
che ti è venuto addosso e oggi nel tuo ultimo libro dai l’impressione
di voler regolare i conti in sospeso con te e con tutto quello che è successo.
«Tre
ragazzi immaginari chiude
un periodo. Quello in cui fondamentalmente mi rivolgevo a me stesso,
coinvolgendo fatti e persone che mi hanno riguardato da vicino. Credo
di aver compreso i miei errori, ho dato e mi sono dato delle spiegazioni
ed ora mi sento pronto ad affrontare una fase completamente nuova.
Vorrei pero dire che nulla di quello che ho fatto l’ho fatto obtorto collo. Nel bene e nel male. Negli snodi
della vita non davo mai retta a nessuno se non ne ero convinto».
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