
«Il Sole 24 Ore», 18 ottobre 1998
TRE RAGAZZI DECISAMENTE
IMMAGINATI
Enrico Brizzi segna il passo: non ha più la freschezza di
Jack Frusciante
di Ermanno Paccagnini
C’è, nel finale del libro di Brizzi, un’espressione
che puo ben sintetizzare il mio stato d’animo di fronte a questa
lettura; ed è quando, a pagina 187, scrive di preferire «Three
Imaginary Boys nella prima versione registrata dai Cure diciottenni in
un garage». Che è quanto dire di una preferenza che, come
lettore, va a quella sorta di «prima versione» di Tre
ragazzi immaginari scritta da un Brizzi di qualche anno fa e intitolata Jack
Frusciante è uscitodal gruppo. So che la battuta
può parere eccessiva e paradossale, anche se poi a stabilire un
filo immediato con quel libro d’esordio, saltando a piè pari
la parentesi dì Bastogne, è proprio l’editore,
che sulla copertina sbatte un «dello stesso autore di Jack Frusciante è uscito
dal gruppo», salvo poi lasciare al risvolto il compito di tracciare
dei distinguo sulla illiceità delle identificazioni dell’«adolescente
di ieri, che abbiamo lasciato con gli occhi lustri per la partenza
dell’amata, nel giovane protagonista che oggi sembra guardarsi
vivere, interrogarsi, fintospavaldo e inquieto, mentre inciampa ancora
in una scombinata e tenera Love story» con Chiara, eccetera, eccetera, «tra
un concerto dei Pogues e divaganti memorie», tribù di amici
(che non prendono spessore), corse in vespa e birre, scritture del romanzo
di successo e riflessioni varie. Il fatto è che, man mano che
la lettura di Tre ragazzi immaginari procedeva, sempre più le
pagine, la storia, i modi del racconto si associavano a un’immagine
proveniente da lontano: dal saggio pirandelliano su L’umorismo, là ove
viene ricordata la «vecchia signora, coi capelli ritinti, tutti
unti non si sa di quale orribile manteca, e poi tutta goffamente imbellettata
e parata d’abiti giovanili», che provoca dapprima il riso,
avvertendo «che quella vecchia signora è il contrario di
ciò che una vecchia rispettabile signora dovrebbe essere»;
e che quel suo «pararsi così come un pappagallo» non è forse
un «piacere», ma una sofferenza, “e lo fa soltanto
perché pietosamente si inganna che, parata così, nascondendo
così le rughe e la canizie, riesca a trattenere a sé l’amore
del marito molto più giovane di lei». Che è un poco
quanto finisce per provocare. in ambito creativo-editoriale, questo Brizzi,
piegato a cercare nelle fonti del suo primo libro le linee di una smarrita
narrazione. Senza saperle recuperare.
Sia chiaro, si può anche scrivere sempre lo stesso libro, se
si vuole e molta letteratura antica (se non tutta), intenta a riraccontare
i medesimi miti, ce l’ha insegnato. Ma lo si può fare con
successo a patto che intervenga la capacità stilistica. Che qui
non c’è, anche perché la perduta freschezza e innocenza
di Jack Frusciante non fa lievitare in altro, sia esso malinconia
o dolore (purché reale e non solo, come qui, pronunciato), attese
e solitudini, tratto onirici o spicchi di esistenzialità riflessiva
giovanile (pagine 132-33). Se manca questo, si cade nella scimmiottatura
di se stessi: che è quanto qui avviene anche attraverso il recupero
del meccanismo letterario del doppio («il me stesso di forse
diciassett’anni»; «la voce del mio omologo di quando
avevo vent’anni»). E allora il volume diviene il regno della
chiacchiera divagante, spesso al limite e oltre la pura emissione di
fiato che si concretizza in inchiostro tipografico, affidata a una lingua
che ormai coi giochetti lessicali fa il verso a se stessa e sempre più si
arena in quella lingua di riuso e ad alto grado dì prevedibilità anche
nel suo gergo giovanilistico che la Castellani Pollidori ha efficacemente
definito come «lingua di plastica».
Pochi, insomma, i momenti
in cui il racconto torna presente a se stesso. Accade nel reincontro con
Chiara in Apparizione delle maschere XI Lo
si recupera, pur a salti, nelle ultime trenta-quaranta pagine, quando «la
voce del mio omologo di quando avevo vent’anni» tace e Brizzi
recupera un tono diversamente sbarazzino e ironico, calibrato sulla
personale esperienza della scrittura di Jack Frusciante, della
pubblicazione e del successo, e con lo sguardo al domani, all’«avventurarsi
oltre la linea dei ventiquattro. Anni, intendo». A parte questo,
più che l’immaginario, a caratterizzare il romanzo è piuttosto
l’immaginato. E non intendo, con esso, il contenuto. Intendo il
romanzo stesso.
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