«IL TEMPO», ? ottobre 1998
BRIZZI SI RACCONTA, MA ORA JACK FRUSCIANTE È PROPRIO UN RICORDO SBIADITO
di Natalia Poggi

 

Dove sono andati a finire i tre ragazzi immaginari e il gruppo che Jack Frusciante ha lasciato? Ancora pochi scampoli della memoria, gli ultimi brandelli di una adolescenza che ha perso definitivamente la sua ruvida essenza, la sua genuina scaltrezza per unirsi al «gregge diventando pecorelle in vista». «Che cavolo gli è successo al povero Necci? Pare diventato il pastorello dormiente del presepe» che vede stupefatto il Brizzi narrante o il suo alter ego quattro cinque anni prima della sua dipartita. Che l’avrebbe poi detto che lui stesso, giovane scrittore di successo, avrebbe pecoreggiato alla «scorreggiante serata al Parioli» ospite del salottino catodico del Costanzo Sciò? Insomma con quest’ultimo libro Tre ragazzi immaginari Enrico Brizzi chiude il cerchio, e per farlo spazia ancora nei suoi trascorsi adolescenziali, nei suoi amorazzi liceali per approdare all’ultima sua metamorfosi che, orrore, gli fa crescere il conto in banca tanto che il suo commercialista si congratula con lui e le ragazzine, quelle trasognate e pronte a tutto per avere una storia con uno che “vive”, gli scrivono messaggi accattivanti e gli fanno proposte indecenti. Insomma l’ultima fatica di Brizzi è un abbozzo di diario ad intermittenza, una sorta di racconto neorealista e visionario nello stesso tempo, complicato nel suo ordito da un gergo giovanil-babilonista dove l’idioma materno si mischia al dialetto bolognese, al francesismo e all’inglesismo. Non c’è un libero sfogo alla memoria perché i sogni si frappongono ai ricordi e le frasi non dette diventano elucubrazioni mentali che quasi quasi sembrano dette, non da parole ma dal linguaggio degli occhi e della pelle. In questo ripercorrere a ritroso il proprio vissuto ci sono alcune aree felici perché autentiche come la storia d’amore con Chiara, la ragazza tirolese che odora di vaniglia o l’arringa nichilista del Brizzi narrante all’assemblea della scuola, ma sono pietre miliari dei ragazzi immaginari di tutti i tempi. È quando il velo dell’evocazione sfuma e si fa strada l’uomo XXX XXX una sottile vena autocritica non basta a salvare da un atroce sospetto che tutto il lavoro “a ritroso” non sia stato che un pretesto.