OFFICINA

Chiara
Di Samuele Zamuner, ottobre 2005.

Era da poco passata la mezzanotte e dentro al bar non c’era nessuno. Fuori faceva freddo e pioveva forte.
Chiara, in piedi dietro al bancone, stava spolverando con uno straccio alcuni vecchi calici da vino, che non sarebbero certo diventati più lucidi. Il locale non era molto grande, ma era tutto ciò che la zona sapeva offrire. C’era una sala principale, quella in cui ora si trovava Chiara. Sulle piastrelle beige del pavimento erano disposti, su quattro file ordinate, una mezza dozzina di tavolini. Poi c’era la stanza attigua, più piccola, riservata ai non fumatori. In quest’ultima, sopra una mensola fissata all’angolo alto, stava il televisore acceso, mentre, sulla parete opposta, si trovavano le slot machine. Piera, la padrona, era abbandonata sull’alto e scomodo sgabello proprio davanti al black jack. Gli occhi incollati al monitor, da parecchio tempo le sue dita tozze pigiavano i bottoni colorati davanti a lei. Sudava, nonostante non facesse così caldo, e continuava, ad intervalli regolari, a chiamare a sé la giovane cameriera. Le dava ordini, si faceva portare una coppetta di gelato oppure, semplicemente, la controllava.
“Stasera, se non viene nessuno,- disse Piera ad alta voce- chiudiamo prima”.
“Va bene” rispose Chiara senza aggiungere altro. Finì con i bicchieri, poi li ripose. Prese lo straccio e pulì un paio di tavolini. Svuotò nella spazzatura qualche posacenere e, guardando fuori dalle vetrate che davano sulla strada, finalmente, si sedette. Estrasse una Diana dal pacchetto e l’accese. La padrona non sopportava che Chiara rimanesse con le mani in mano durante l’orario di lavoro, anche se lavoro non ce n’era. L’aveva anche ripresa più volte, per questo. “Oh, cazzo- pensò Chiara- non mi rimane più niente da fare. Quella vecchia balena non avrà certo da ridire, se mi fumo una sigaretta”.
In tutta la serata non era venuto quasi nessuno.
Un paio di coppie che, dopo aver finito il loro gelato, erano presto uscite e un gruppo di passaggio prima di andare a ballare. Erano circa una decina, solo uomini, e camminavano come picadores nei loro jeans troppo stretti. Alcuni Chiara li conosceva, altri, invece, le erano stati presentati quella sera. I giovani avevano scherzato un po’ con lei, avevano fatto qualche battuta. Uno di loro aveva, ormai sbronzo, anche allungato le mani. Facevano schifo, a Chiara, questi tamarri che vivevano per il venerdì sera. E che, nella vita, avevano come unica aspirazione il tavolino riservato al New Paradise. Padroni del mondo per una notte e subito pronti a tornare, il lunedì, alle loro otto stronze ore in fabbrica. Non avevano bevuto quasi nulla, tranne qualche birra. Avevano lasciato cadere la cenere delle loro sigarette sul pavimento, avevano gridato un po’ e, quando se n’erano andati, il bar era tornato nel suo solito silenzio. Solo allora a Chiara era apparso lampante, con la forza di un’epifania, come quel posto squallido e quel silenzio angosciante non la riguardassero per niente, come non fossero affar suo. Poi, più niente da quasi mezz’ora.
“Chiara!” si sentì gridare dall’altra stanza. Era Piera: “cosa stai facendo?”
“Finisco di pulire” le disse la ragazza. Diede un’ultima boccata alla sigaretta, la spense e si alzò in piedi. Ma non le rimaneva, davvero, più niente da fare. Si diresse verso lo specchio dietro il bancone, per guardarsi. Pensò che aveva l’aria sciupata, e notò anche un accenno di occhiaie. Si passò del burro cacao sulle labbra perché non si screpolassero e si aggiustò un po’ i capelli. Una ciocca della frangia continuava a caderle sulla fronte e lei, puntualmente, doveva ricacciarla dietro le orecchie. Ma dopo poco le finiva di nuovo davanti agli occhi.
“Oh, bè, chissenefrega” pensò stizzita.
“Ciao Chiara”.
In quel momento, dietro di lei, la porta si aprì. Entrarono in quattro, due ragazzi e due ragazze, e la salutarono contenti. Chiara li riconobbe subito e sorrise felice di vederli. I quattro entrarono infreddoliti e bagnati, ben chiusi nei loro giubbotti. Il più alto si puliva gli occhiali dalle gocce di pioggia. L’altro ragazzo indossava un parka verde con su scritto Diffidate della cultura accademica e teneva al braccio una delle due ragazze, una biondina con un anello d’argento sul labbro inferiore.
“Ciao ragazzi- esclamò- che ci fate da queste parti?”
“Siamo venuti a trovarti” esclamò l’altra ragazza, una tipa carina, con i capelli tagliati cortissimi e una pesante sciarpa avvolta attorno al collo.
“Molto onorata.” scherzò Chiara “Come va?”
“Sempre al lavoro?- chiese il ragazzo col parka- Finirai per consumarti”.
“Faccio la felicità di mio padre: fatico per espiare le mie colpe- disse lei mentre li accompagnava verso i tavolini- e tu dovresti fare altrettanto”.
Quelli risero, si levarono i giubbotti bagnati dalla pioggia e si accomodarono. Chiara andò a prendere la lista delle bevande e tornò in un minuto. I suoi amici rimasero in assorto silenzio per qualche istante, poi ordinarono.
“Che programmi avete per la serata?” chiese Chiara.
“Siamo appena usciti,- disse l’altro ragazzo- fra un po’ andiamo a giocare a biliardo e poi a casa mia a guardare un film.”
“Tu a che ora stacchi?” chiese la ragazza con la sciarpa.
“Fra un’ora, un’ora e mezza, chiudiamo- rispose Chiara- stasera non è venuto nessuno”.
“Appena hai finito passiamo a prenderti, se ti va”.
“Grazie, no. Sto pensando di andarmene dritta a letto. Se cambio idea vi faccio sapere” concluse. “Ora vado a prendervi da bere” disse dirigendosi verso la spina sul bancone. I ragazzi continuarono a parlare e accesero le loro sigarette, in attesa delle birre.
Chiara tornò dopo poco con i bicchieri poggiati su un vassoio.
“Siediti con noi,- la invitò il ragazzo con gli occhiali- siediti un poco”.
“Non posso, ragazzi”
“Dài, solo un momento, –insistette – fuma una sigaretta in pace”.
“Non posso” ripeté, indicando con la testa la stanza vicina dove Piera era ancora seduta davanti al suo black jack. “Però un paio i tiri li faccio.” Si fece passare la sigaretta, la portò alle labbra e aspirò una prima, lunga, boccata. Era contenta di vederli.
“Fabio come sta?” chiese la ragazza con la sciarpa.
Chiara aspirò nuovamente dalla sigaretta, trattenne il fumo nei polmoni e, infine, lo soffiò fuori.
“Non lo vedo praticamente da una settimana” disse con studiata noncuranza, come se non le importasse. Ma tutti l’avevano guardata negli occhi.
“Come mai?” le chiesero stupite le ragazze.
Chiara rimase in silenzio e, benché nell’atteggiamento cercasse di non dare importanza a quanto avrebbe detto, nella sua testa stava misurando con cura le parole da usare.
“Abbiamo litigato- rispose infine- e gli ho detto che mi sarei fatta sentire io”.
In quel momento si sentì, dall’altra stanza, Piera che la chiamava.
“Arrivo” gridò Chiara. Sbuffò in direzione degli amici, sorrise, restituì la sigaretta e, a passo svelto, raggiunse la padrona.
Una volta vicine questa le chiese, a voce abbastanza alta perché anche gli altri la potessero sentire:
“Cosa stai facendo?”
“Ho portato da bere ai ragazzi”
“Sono tuoi amici?”
“Sì”
“Bè, ci potrai parlare appena avrai finito di lavorare”. Disse Piera, asciugandosi il sudore che le bagnava il collo. In quella posizione, statica ed enorme sul piccolo sgabello, Piera poteva somigliare a una vecchia, strana, statua di Buddha. 
“Mi sono fermata solo un paio di minuti- rispose Chiara nervosa- e comunque non c’è più niente da fare”. Si allontanò e iniziò a poggiare le sedie, ribaltate, sui tavoli. “Balena- imprecava silenziosa nella sua mente- Balena schifosa”.
Quando i ragazzi, dopo aver pagato e salutato, se ne furono andati, Chiara aveva quasi finito di pulire per terra. Uscì all’aperto per chiudere il cancello sul retro del bar e, quando rientrò, trovò un uomo poggiato al bancone.
“Buonasera, signorina.” disse quello.
Era un uomo di bell’aspetto, vestito con un pullover grigio sopra la camicia azzurra.
Il suo alito puzzava d’alcol. Questo pensò Chiara, quando gli fu di fronte.
“Buonasera- disse ad ogni modo- beve qualcosa?”
“Un po’ di vino, grazie signorina”.
Chiara lo servì e quello iniziò a sorseggiare dal suo bicchiere. Rimase qualche momento in silenzio, poi chiese “Sei mai stata a Roma, signorina?”
“Non stasera. –pensò esasperata Chiara- Stasera no. Cristo, fa che non ci provi”.
Poi, ad alta voce, rispose: “No, mai”.
Stava per andarsene, ma il pensiero della Capitale la trattenne. Ripensò a quando, ragazzina, aveva progettato una fuga con la sua migliore amica proprio verso quella meta. Era estate, e al palazzetto dello sport c’erano gli otto otto tre. Chiara e la sua compagna di banco ne avevano parlato tra di loro per delle settimane. Alla fine, però,anche quella volta era andato tutto a monte. Sorrise, a quel pensiero. “Mi piacerebbe andarci” aggiunse, infine, a mezza voce.
L’uomo si sentì incoraggiato. Il vino lo rendeva più ardito. Sorrise e, cercando di trattenere la foga che l’abitava, iniziò:“Roma è una città stupenda. Piena d’arte e di gente.” Poi si rese conto di non aver da dire niente che non fosse scontato o patetico. Decise che non gl’importava di essere patetico, né sfacciato, quella sera. Bevve un altro sorso di vino, per scaldarsi. Disse: “È un gran città. E io abito proprio a due passi dal Colosseo”. Rimase qualche istante in silenzio, lo sguardo fisso a cercare anche la minima reazione dalla ragazza. Vedendo che questa non rispondeva, bevve ancora un goccio e si buttò: “Se tu lo volessi, io ti potrei ospitare”.
Chiara iniziava a non poterne più, di quell’uomo. Iniziò, davvero, a non sopportarlo. Rimase in silenzio.
“Fra un paio di giorni ho in programma di tornare in città. – continuò, allora, quello- Se vuoi partiamo assieme e ti fermi qualche giorno da me. Giri un po’ la città e intanto mi tieni compagnia. Ti va?” concluse con un sorriso ubriaco.
Chiara non aspettò molto a rispondergli: “Penso proprio di non poter venire, grazie.” disse gelida, e uscì a passi spediti dalla stanza.
Quando rientrò, l’uomo se n’era andato e, accanto a un posacenere sul banco, aveva lasciato i soldi.
Chiara salutò Piera ad alta voce ed uscì. Fuori pioveva ancora e faceva freddo. Si strinse il bavero del cappotto sulla gola, per non lasciare passare l’aria fredda, e pensò, come prima cosa, che aveva bisogno di una sigaretta. La strada era sgombra e lei si mosse per raggiungere l’auto, parcheggiata poco lontano. Correndo, per bagnarsi il meno possibile, frugava nella borsetta alla ricerca delle chiavi. Quando fu dentro, all’asciutto, si scrollò i capelli e, poggiando un attimo la testa al volante, chiuse gli occhi. Sospirò.
Quando li riaprì, vide un ragazzo, il suo ragazzo, fermo in piedi, vicino alla portiera. Chiara lo guardò per un lungo momento. Lo guardò in silenzio, con gli occhi di chi non vuole rassegnarsi a vedere ciò che sta vedendo.
“Oh, cazzo” mormorò infine.
Fabio aprì la portiera e, piano, disse: “Ciao”.
“Cosa vuoi?” chiese lei. La sua voce bassa, tradiva un misto di  collera ed esasperazione.
“Non puoi trattarmi così.” disse lui.
“Cosa vuoi?” ripeté con maggiore convinzione lei, gli occhi fissi in quelli del ragazzo.
Lui rimase in silenzio per un po’, poi abbassò lo sguardo: “Dobbiamo parlare” annunciò.
“Non credo sia il caso.” Chiara sbatteva nervosamente le palpebre. “Non ne ho nemmeno più voglia.” disse poi in tono definitivo.
Lui non rispose. Rimase là in piedi, incurante della pioggia che gli incollava i capelli. Le sue mani tormentavano un bottone del giubbotto. Chiara lo guardò. Guardò quel ragazzo che, in piedi fuori dall’auto, si tormentava un bottone del giubbotto.
Guardò, di quel ragazzo, i capelli che si incollavano sulla fronte per la pioggia. Guardò le gocce incontrarsi sul mento e dal mento cadere a terra.
Chiara rilassò le dita, che per tutto il tempo erano rimaste contratte attorno al volante. Rilassò le dita e d’un tratto percepì il sentimento di rassegnazione che intera la pervadeva.
Guardò la strada e la pioggia riflessa dai lampioni.
“Ho bisogno di una sigaretta” disse. “Oh, cazzo, ho proprio bisogno di una sigaretta”.

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Samuele Zamuner

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